Salvare il dibattito pubblico

maggio 29th, 2013 § 0 comments

Loredana Lipperini scrive un post in cui si accanisce contro quelli che lei chiama i negazionisti del femminicidio, quelli che avrebbero osato mettere in dubbio la gravità del fenomeno usando le statistiche a suo dire in modo improprio. Nel tentativo di ribaltare le conclusioni dei cosiddetti negazionisti, incidentalmente sodomizza la logica deduttiva.

Prendiamo ad esempio la citazione riportata nel post, da cui si dovrebbe desumere che l’allarmismo è giustificato:

Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento.

Se tale aumento giustificasse un tale allarme, inversamente dovremmo essere tranquillizzati dal fatto che le donne uccise nel 2012 è 124 (fonte Casa Donne), ovvero oltre un terzo in meno in soli 6 anni. Come facevo notare in altri post, non è possibile effettuare una valutazione di un trend unicamente su dati puntuali, senza considerare l’andamento della distribuzione nel tempo. E la distribuzione in questo caso ci dice che la varianza nel medio periodo è tale che non è possibile definire un trend univoco.

Il secondo cavallo di battaglia della Lipperini si riassume in un altro pezzo della citazione:

Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l’11% delle vittime di questo reato, ma oggi superano il 25%. In Italia, quindi oltre 1/4 delle vittime è donna. La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota di donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché, mentre il tasso di omicidi dovuto alla criminalità comune e a quella organizzata è molto variabile, gli omicidi in famiglia − la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza − è invece più stabile nel tempo e nello spazio.

Dice quindi la Lipperini: se gli omicidi di donne in ambito familiare non diminuiscono quanto altre tipologie di omicidi, allora c’è un problema nelle priorità di azione delle istituzioni. Questo ragionamento è fallace ed è semplice dimostrarlo per assurdo: se la criminalità organizzata crescesse a dismisura e gli omicidi domestici rimanessero costanti, direste che ci stiamo preoccupando troppo degli omicidi domestici? Penso di no e il motivo è palese: la quantità di risorse che è ragionevole spendere per ridurre un fenomeno negativo dipende dall’andamento della funzione associativa tra risorse spese e risultati ottenuti rispetto alla singola causa e non dal rapporto tra l’andamento di cause diverse.

Nello specifico, il fatto che esista una evidente forma di supporto nell’andamento globale del fenomeno ci dice che per scendere oltre quella soglia sarebbe necessario accrescere le risorse utilizzate in relazione al risultato secondo criteri molto più ascendenti rispetto ad altre forme di contrasto delle morti evitabili. Loredana Lipperini di fronte a questo limite noto come soglia fisiologica si ribella e dice:

Eppure, nessuno si sognerebbe di dire che è “fisiologico” venire ammazzati in ospedale, sia pur involontariamente; siamo tutti consapevoli che il famoso “minimo fisiologico” probabilmente esiste, ma nemmeno vogliamo conoscerlo (ammesso che sia possibile) e lo stesso pretendiamo che ogni sforzo venga fatto per spostare quel limite il più possibile verso lo zero. La domanda da un milione di dollari è: perché invece parlando di femminicidio tanta gente ritiene che ci si debba accontentare?

Ecco Loredana, la spiegazione è semplice e si chiama allocazione ottimale delle risorse. Se con il livello di spesa attuale riesco a garantire un livello di successo degli interventi chirurgici del 99% e per arrivare al 100% dovessi decuplicare le risorse spese, qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi se quei soldi non sarebbero meglio impiegati altrove. Posto che non siamo onnipotenti e che salvare delle vite costa, la razionalità ci dice che è meglio spendere risorse dove il rapporto tra risorse spese e vite salvate è alto. Se prendiamo la recente indagine di Agenas sul rating degli ospedali in Italia, le regioni migliori sono quelle che ottengono dei buoni risultati con una spesa contenuta, non quelle che ottengono dei risultati leggermente superiori spendendo cifre abnormi.

Il motivo per cui un certo numero di commentatori alza la voce contro il trend giornalistico dei cosiddetti femminicidi è che, analogamente ad altri trend giornalistici (ce la ricordiamo l’estate dei pittbull che mordono i bambini?) tende ad utilizzare il clamore mediatico per distorcere i criteri di razionalità sull’allocazione delle risorse, per far passare il concetto che c’è chi va salvato a qualunque costo. Salvare quelle cento-e-passa donne l’anno dai propri aguzzini è diventato di colpo più importante di salvare quel migliaio di donne che ogni anno muoiono suicide, per dire.

Ovviamente il fenomeno complementare di una distorsione giornalistica è il tam tam mediatico da parte di soggetti condizionati da una deriva ideologica e nel caso specifico è palese che un certo femminismo che vive della contrapposizione di genere ci stia marciando alla grande. Siccome il marito che picchia la moglie non ha sufficiente mordente nell’opinione pubblica, si forza la mano al legislatore mettendo sul piatto mediatico un’emergenza che non c’è. Mutatis mutandis, è come usare il picconatore folle per chiedere più soldi da destinare al controllo delle frontiere.

Chi pensa che avvallare queste distorsioni sia accettabile in virtù del fine nobile (come non auspicare un miglioramento della condizione femminile?), dovrebbe tenere in considerazione che compromettere il dibattito pubblico con bolle di agenda setting capziosi destinate a sgonfiarsi non fa che deteriorare la possibilità futura di mantenere un dialogo aperto con le istituzioni.

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