L’economia degli inutili

maggio 11th, 2014 § 0 comments

Di recente ho letto la seguente affermazione, riformulata per maggiore chiarezza:

Quello che conta [nell’economia] è la domanda, se aumentare l’efficienza della Pubblica Amministrazione riduce l’occupazione, si abbasseranno i consumi e di conseguenza la situazione economica peggiorerà.
I forestali assunti in modo dissennato in meridione sono comunque dei consumatori che alimentano il sistema, quindi la spesa pubblica si trasferisce in consumi privati producendo un effetto positivo.

Siccome questo ragionamento è fallace ed è ripetuto piuttosto di sovente da più parti, ritengo utile fare un po’ di chiarezza.

Per capire la fallacia di un qualsiasi ragionamento, il modo più semplice è spesso portarlo all’estremo: se lo Stato assumesse tutti i cittadini italiani a tempo pieno e nessuno di questi producesse un valore tangibile, lo Stato avrebbe solo tre possibilità per pagare loro lo stipendio: vendersi i gioielli di famiglia (ma si tratta ovviamente di misure una tantum che non possono essere strutturali), aumentare l’indebitamento (quindi essenzialmente impoverire le generazioni future) o tassarli al 100%, togliendo loro con una mano quello che dà con l’altra.

Quindi i forestali fannulloni possono continuare a permettersi di consumare a sbafo perché in effetti lo Stato riesce a tassare qualcuno che dispone di un valore. Affinché il bel gioco non duri poco, si deve trattare di un valore che cresce nel tempo, ovvero lo Stato deve tassare un reddito che non sia un semplice trasferimento di denaro da una tasca ad un altra degli stessi pantaloni.

Come fa quindi lo Stato a procurarsi del denaro per stipendiare il proprio personale in modo sostenibile? La risposta è semplice: lo deve ottenere tassando un’attività che produca nuovo valore. Il valore nuovo che entra in questo mondo ha solo tre sorgenti: le materie prime, l’impegno umano e la tecnologia.

Ritorniamo all’esempio iniziale: chi deciderebbe di rinunciare allo stipendio dello Stato per mettersi a produrre nuovo valore, magari investendo il propri risparmi, sapendo che i propri sforzi servirebbero per sostentare chi di sforzo non ne fa? Contemporaneamente, per mantenere alto il gettito, lo Stato non può ipertassare le attività economiche, perché ne disincentiverebbe la crescita, quindi è necessario che la platea di produttori di valore sia la più larga possibile.
Per non parlare del fatto che lo Stato ha effettivamente bisogno di un servizio forestale, che per motivi giuridici non può essere appaltato ai privati, ma d’altro canto ciascun componente del corpo forestale è fortemente disincentivato ad eseguire il proprio compito sapendo che i propri colleghi possono continuare a bighellonare rimanendo sotto l’ombrello protettivo dello stipendio statale.

Uno Stato inefficiente sottrae risorse al tessuto che moltiplica il valore per darlo in pasto a chi si limita a consumarlo. L’illusione temporanea che la barca non affondi è dovuta semplicemente al fatto che per mantenere i consumi degli stipendiati pubblici si intaccano gli asset dei privati (da quando c’è la crisi, tutti invocano la patrimoniale). Anche se il PIL aumenta (poco), lo fa a spese del consumo di capitale. Siccome i valori esistenti tendono a deprezzarsi naturalmente per via dell’obsolescenza e siccome il deprezzamento è una componente positiva del PIL nel calcolo col metodo reddituale, in mancanza di nuova ricchezza, il saldo finale netto è un sostanziale impoverimento. In altre parole, è come rompere il salvadanaio per fare la spesa e considerare come indicatore della ricchezza lo scontrino del supermercato.

La battuta di Keynes sullo scavare e ricoprire buche era una battuta (il New Deal utilizzò fondi pubblici per infrastrutture che crearono nuova ricchezza reale), ma qualcuno l’ha presa troppo sul serio. Uno stato ricco non è uno stato in cui tutti hanno un lavoro, ma uno stato in cui tutti producono ricchezza nel loro lavoro. La questione espressa dalla citazione iniziale è mal posta: una riduzione significativa dell’occupazione nella Pubblica Amministrazione in un arco di tempo limitato sarebbe deleteria perché l’economia soffre gli effetti di qualsiasi shock. Un piano per riqualificare la forza lavoro della Pubblica Amministrazione e adeguarla alle effettive esigenze è necessario per mantenere la macchina dello Stato in fitness, ovvero in grado di produrre ricchezza o favorire la produzione di ricchezza da parte del settore privato. Si tratta comunque di un processo continuo, non di misure una-tantum da attuare per fervore populistico.

Nel caso dell’Italia, tra i paesi industrializzati non siamo quello col maggior numero di dipendenti statali per abitante, ma sicuramente siamo uno di quelli con la peggiore situazione in termini di allocazione delle risorse e di produttività, una situazione che perdura da molto tempo e che, sedimentandosi negli anni, ha determinato uno dei motivi per cui l’Italia non cresce quanto gli altri paesi EU quando l’economia globale è fiorente. In questo contesto, riorganizzare il sistema gerarchico, accelerare il ricambio di personale e ridurre le ridondanze è necessario per la sostenibilità futura.

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