L’esercito dei lavapiatti digitali

giugno 12th, 2015 § 0 comments

Alfonso Fuggetta ha recentemente pubblicato un articolo circostanziato sull’italica cronica mancanza di competenze medio-alte nell’ambito IT. La fotografia della situazione è azzeccata, tuttavia l’invocazione finale di un’azione salvifica da parte di un ipotetico pubblico di decisori imprenditoriali e politici mi sembra un po’ ingenua e vorrei provare a spiegare il mio punto di vista con un esempio.

Tra i lavori identificati dalla generica etichetta Core Professionals nel grafico “Composition of the ICT Workforce in Europe” citato da Fuggetta (l’originale a pag. 7 di questo documento) c’è la professione dello sviluppatore di software. La maturity di uno sviluppatore software è sostanzialmente rappresentabile in una scala salariale che mira a retribuire essenzialmente la complessità dei progetti che il lavoratore è in grado di affrontare.

Per trasformare un argomento complesso in un intervallo numerico, possiamo fare alcuni esempi stereotipati: a sinistra dell’asse salariale potremmo rappresentare gli sviluppatori PHP+mysql, retribuzione medio bassa e progetti nei quali l’impegno speso per gestire concorrenza e scalabilità è pseudonullo.
Sulla faccia opposta del pianeta dei programmatori potremmo piazzare Scala, un linguaggio di nicchia che si fregia di essere nato con l’intento di facilitare l’approccio a problemi complessi grazie ad un certo rigore concettuale.
Tra questi due antipodi, si distribuisce una variegata costellazione di linguaggi, più o meno mainstream, più o meno specializzati, più o meno accademici, più o meno votati allo sviluppo rapido. In molti casi, più del linguaggio in sé, contano le librerie o gli ambienti di sviluppo che completano ciascun linguaggio e lo rendono adatto per il proprio pubblico di riferimento.
Va da sé che uno sviluppatore Scala sarà tendenzialmente in cima alla piramide salariale, sia perché è più raro, sia perché probabilmente Scala sarà solo l’ultima spilletta su un medagliere di competenze decisamente maturo.

Questa rappresentazione monodimensionale rappresenta l’offerta, ma non ci aiuta a comprendere come l’offerta sia forgiata dalla distribuzione della domanda: quanti km deve percorrere uno sviluppatore PHP per trovare lavoro e quanti ne deve percorrere uno sviluppatore Scala? Per la maggior parte dei progetti software non servono competenze top-notch, ma le aziende con progetti altamente complessi possono contare sul magnetismo del proprio budget HR.
Irlanda e UK sono diventati attrattori di competenze non grazie agli investimenti pubblici in IT, ma grazie a politiche fiscali e burocratiche che hanno favorito l’insediamento di grossi player.
Quando i padri costituenti dell’Europa immaginarono un mercato aperto con una moneta unica, sapevano che avrebbe potuto funzionare solo a patto di mantenere un buon livello di mobilità dei lavoratori tra gli stati nazionali.

E in Italia? Le offerte di lavoro di livello medio-alto, sia in termini salariali che di competenze, sono quasi assenti, a fronte di una pletora sterminata di lavoretti PHP+mysql: della piramide c’è solo la base. Potreste pensare che sia un problema dell’impresa retrograda, del paròn della fabrichetta che non capisce il valore della tecnologia, ma c’è un’esperienza che vi potrebbe far cambiare idea: scorrete gli annunci delle start-up italiane in cerca di co-fondatori, dipendenti e altre offerte più o meno work-for-equity: nella stragrande maggioranza sono alla ricerca di creativi e sviluppatori PHP+mysql. In altre parole, nessuna sfida ficcante sul piano tecnologico.

Rovesciamo la prospettiva: un annuncio di lavoro per uno sviluppatore python (3° linguaggio per numerosità di progetti su github.com, appena sopra PHP), nonostante la prospettiva economica in linea con quelle d’oltralpe, faticherà a trovare candidati fuori Milano. Figuriamoci cercare in Italia sviluppatori per linguaggi non mainstream come Scala, Go o Haskell: sarebbe follia pura.
Tutto sommato le differenze tra ciascuno di questi strumenti passano in secondo piano di fronte alla difficoltà di pianificare un’evoluzione tecnologica che potrebbe non essere sostenibile, vista la penuria di risorse dotate di know-how e metodo di lavoro.
Attrarre sviluppatori esteri? Vi trasferireste da Amsterdam o Londra a Milano? Are you serious?

In definitiva, sia la domanda che l’offerta sono di basso livello. Salvo mosche bianche, l’unico settore dello sviluppo software che eccelle in Italia è la gestione delle italianietà burocratiche.
Sia domanda che offerta di alto livello ritengono che in un settore iper-globalizzato come l’IT sia più semplice migrare verso la propria controparte o, digital divide permettendo, cercare opportunità remotely-connected, che attendere la costruzione di un ambiente favorevole.

Fuggetta alla fine grida «Muttley, fa’ qualcosa!» alla comunità dei decisori, ma io temo che in assenza di una domanda senza offerta o di un’offerta senza domanda, spendere denari servirebbe solo a foraggiare lo spreco. L’assenza di capitale umano non è la causa, è la conseguenza. L’ambiente favorevole, per i grossi player che guidano il mercato, ha poco a che vedere con la tecnologia e molto a che vedere con burocrazia (poca), tasse (basse), giustizia (snella) e governo (stabile), tutte questioni nelle quali sarà più importante togliere che dare. Soprattutto togliere privilegi e monopoli che in Italia nessuno sembra interessato ad intaccare. Nel mentre, i decisori si sciacquano la bocca con le parole «vocazione industriale» e inneggiano al ritorno del manifatturiero.

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