Economia dello stupro

luglio 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Dopo l’articolo di Marco Cubeddu sulle ragazzine coi mini-shorts, non si è fatto attendere il comunicato stampa delle femministe che stigmatizzano l’uso del logoro luogo comune:

«Se si vestono in modo succinto, non si lamentino se poi le stuprano»

Manco a dirlo, citano il femminicidio e l’idea che diffondere questo genere di commenti possa favorire le molestie da parte di qualche squilibrato. In realtà, gli omicidi di donne non c’entrano proprio nulla, ma ormai vengono utilizzati a mo’ di jolly quando non ci sono argomenti validi, un po’ come quando gli israeliani citano l’olocausto nelle motivazioni per cui non rispettano le risoluzioni ONU.

Il luogo comune nasce come estensione del principio di precauzione:

«Se girano per i quartieri spagnoli con anelli e bracciali d’oro, non si lamentino se li derubano»

Il punto è che il numero di stupri non cresce di pari passo con gli standard della moda, quindi se esistesse una correlazione tra sconcezza nel vestire ed incentivo alla molestia, esso sussisterebbe se i soggetti che si vestono in modo provocante fossero una minoranza ridotta della popolazione femminile. In un ambiente in cui mostrare scampoli di nudità è la norma, è evidente che non esiste alcun incentivo statisticamente rilevante.
Perciò se le femministe fossero realmente preoccupate che questi luoghi comuni possano influenzare la comunità, dovrebbero incentivare la moda delle zoccole, anziché portare avanti battaglie pudiche. Può sembrare controintuitivo, ma è lo stesso ragionamento che spinge gli economisti a sostenere che una promiscuità sessuale generalizzata ridurrebbe il rischio di contagio.

Vorrei, vorrei…

giugno 17th, 2013 § 0 comments § permalink

Vorrei essere pagato per:

  1. Fare il bucato: alle persone piace che quando li beneficio della mia presenza io indossi vestiti puliti e profumati, quindi potrebbero pagarmi un contributo per il disturbo e le risorse utilizzate (detersivi, corrente elettrica, ammorbidente, anticalcare, etc).
  2. Buttare la spazzatura: mi privo volontariamente di materie semilavorate che diventano un valore per le aziende di riciclaggio, sarebbe bello essere ricompensati adeguatamente.
  3. Starmene a casa: come riporta Paul Krugman, ciascun veicolo che va o torna dal lavoro in ora di punta genera un costo per la collettività pari a decine se non centinaia di Euro, perciò il minimo che possa fare lo Stato è remunerare il mio stazionamento sul divano con un bonifico sul mio conto corrente.
  4. Avere delle buone idee: Facebook? Io c’avevo già pensato negli anni ’90. Se qualcuno mi avesse pagato per avere delle buone idee, a quest’ora sarebbe ricco.
  5. Fumare: non sono un fumatore, ma a giudicare dalle statistiche sull’incidenza di malattie mortali connesse al fumo, il fumo è una pacchia per le casse dell’INPS: il picco delle morti coincide circa con l’età della pensione, il decorso è tutto sommato rapido e si risparmiano un sacco di soldi di terapie geriatriche. Se poi ci mettete che fumerei mentre sto a casa sul divano (vedi punto precedente), ci sta pure la sedentarietà che si aggiunge come bonus. In definitiva, se lo Stato risparmia dalla mia dipartita prematura, una qualche forma di revenue-sharing sarebbe il minimo.
  6. Guardare la TV: le emittenti guadagnano paccate di milioni di introiti pubblicitari che non esisterebbero se non ci fossimo noi telespettatori: è arrivato il momento di corrispondere parte degli utili a quelli che hanno dimostrato un vero impegno a lungo termine nel settore.
  7. Comprare gratta-e-vinci: il meccanismo dei giochi a premi è veramente iniquo: accettare un rischio a fronte di una probabilità bassissima di vincita, mentre il gestore dei giochi ha un guadagno assicurato è una vera porcata, come minimo se non vinco dovrebbero restituirmi i soldi del biglietto. O almeno darmi un Boero.

Vorrei. Vorrei tanto. Vi giuro, non immaginate quanto lo vorrei. Ma purtroppo l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re e nel mercato libero il valore dipende da domanda e offerta, perciò fatevene una ragione: se nessuno offre niente  per quello che sapete fare e non volete fare la fine dei poveracci che guardano la TV tutto il giorno sul divano e spendono i soldi della social card in gratta-e-vinci sperando di cambiare vita, è meglio che cambiate lavoro.

L’inflazione linguistica

giugno 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Nel libro Public Opinion di Walter Lippmann, pubblicato nel 1922, c’è un capitolo sull’uso delle parole dal quale vorrei trarre una breve ma illuminante citazione:

Le parole, come il denaro, sono simboli di valore. Esse rappresentano un significato, perciò, come il denaro, il loro valore rappresentativo va su e giù. (…) Alcune nazioni tendono costituzionalmente ad attenuare, altre ad esagerare. Quello che il Tommy inglese chiamava un luogo insalubre poteva esser descritto da un soldato italiano solo grazie a un ricco vocabolario, aiutato da una mimica esuberante. Le nazioni che attenuano mantengono solida la loro moneta verbale. Le nazioni che esagerano soffrono di un’inflazione nel linguaggio.

Applichiamo questo concetto ai giorni nostri. Beppe Grillo che non crede di aver offeso Rodotà è sincero nel pensarlo: il valore del suo discorso pubblico è talmente svalutato che se usassimo lo stesso metro di misura per le catilinarie, ormai risulterebbero carezze. Esiste quindi una scissione nella lingua: da parte una moneta borghese in cui la moderazione è essenzialmente una riserva di valore e dall’altra la lingua della folla che ricorda i rubli all’inizio degli anni ’90.
Anche per le parole vale il principio che la moneta cattiva scaccia quella buona: le élite culturali sono sempre più distinguibili e separate dal popolino, mentre giornalisti e opinionisti diventano cambiavalute tra i due sistemi.

È essenzialmente questo il modo in cui il sistema Grillo acquisisce il suo potere: drena il valore delle parole dal sistema inflazionando il mercato con un’offerta di violenza comunicativa senza precedenti. Per ottenere il silenzio delle menti, si produce il rumore assoluto. Quando la marea si ritira, non rimangono che urla, strilli e strepitii privi di significato. Infine, l’esercito di Mordor si mette in marcia al ritmo di Ro-do-tà, ro-do-tà, ro-do-tà…

Salvare il dibattito pubblico

maggio 29th, 2013 § 0 comments § permalink

Loredana Lipperini scrive un post in cui si accanisce contro quelli che lei chiama i negazionisti del femminicidio, quelli che avrebbero osato mettere in dubbio la gravità del fenomeno usando le statistiche a suo dire in modo improprio. Nel tentativo di ribaltare le conclusioni dei cosiddetti negazionisti, incidentalmente sodomizza la logica deduttiva.

Prendiamo ad esempio la citazione riportata nel post, da cui si dovrebbe desumere che l’allarmismo è giustificato:

Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento.

Se tale aumento giustificasse un tale allarme, inversamente dovremmo essere tranquillizzati dal fatto che le donne uccise nel 2012 è 124 (fonte Casa Donne), ovvero oltre un terzo in meno in soli 6 anni. Come facevo notare in altri post, non è possibile effettuare una valutazione di un trend unicamente su dati puntuali, senza considerare l’andamento della distribuzione nel tempo. E la distribuzione in questo caso ci dice che la varianza nel medio periodo è tale che non è possibile definire un trend univoco.

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Patrimonio nazionale

maggio 16th, 2013 § 0 comments § permalink

«Hai sentito? Cancellano “La storia siamo noi” dal palinsesto RAI. Che mestizia.»

«Ma perché, tu lo guardavi? Mi hai sempre detto che Rai Storia era tutta una replica della replica
e che preferivi i reportage di History Channel su Sky.»

«Eh vabbé, ma che c’entra…»

Del nonnismo digitale

maggio 12th, 2013 § 0 comments § permalink

Nella spiegazione della sua dipartita da Twitter, scrive Mentana che essendo contrario alla censura, la scelta obbligata per lui è stata di allontanarsi da un luogo digitale che non lo tutela. Da allora in rete si sta diffondendo una serie di commentari (es. Mantellini, Hai da spicciare?) che si potrebbero sintetizzare in «Mentana non ne capisce di Internet, lasciatelo perdere».
Nella loro arroganza, questi soloni non si rendono conto che stanno esplicitando la ristrettezza dei loro pensieri. Ristrettezza che a mio avviso è dovuta al fatto che per quanto essi siano su Internet da tempo, sono sempre stati semplici utenti dei servizi di comunicazione, magari “pro”, magari “early adopter”, ma comunque utenti che hanno ingoiato più o meno pedissequamente le scelte di architettura fatte da chi gestisce i sistemi. E ora per coerenza le osannano.

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