Il desiderio di imparare

novembre 22nd, 2015 § 0 comments § permalink

Oggi tra gli insegnanti è tutto un condividere l’ennesimo articolo sulla scomparsa delle materie inutili e annesso deperimento del modello educativo. Ne approfitto per contestarne l’approccio, in quanto mai come in questo caso ritengo valido il detto secondo cui ciò che non è soluzione è spesso problema.

Un po’ di tempo addietro dallo Scorfano si parlava di difficoltà di indurre gli studenti alla lettura. Io ho espresso una considerazione che vale in termini generali per tutto il fenomeno dell’apprendimento: è il desiderio che muove l’interesse. La scuola ideata come un luogo dove imparare informazioni che saranno forse utili in un tempo che verrà (che poi non viene mai, alla fine) non fornisce alcuno stimolo, se non per quelle materie di cui si percepisce un’utilità pratica, competenze spendibili. E in Italia, data la cronica distanza dell’insegnamento dalla realtà produttiva, manco quella. Quindi si riduce sempre di più ad un pezzo di carta, da ottenere il prima possibile e con meno impedimento possibile.

In questo contesto, invece di lavorare sulla causa, il desiderio (ovvero la mancanza di), gli insegnanti si rannicchiano in quel fenomeno reazionario noto come “salvare il salvabile”, con la stessa cristallizzante dedizione donchisciottesca con cui la Crusca ammonisce inutilmente gli utilizzatori del piuttosto-che disgiuntivo. Peggio, la miopia è non cogliere il fatto che il comportamento dei genitori, più interessati alla media che alla testa, è conseguenza, come lo è il rotolamento di una sfera su un piano inclinato, e non causa dello sfacelo.

Forse il problema, ha ragione Douglas Adams, è di natura generazionale: di fronte ad una cultura ed una modalità di interazione pop difficili da manipolare da parte di una generazione di insegnanti tra le più vecchie del mondo, si preferisce l’autismo dell’aoristo, indignato ma sostanzialmente ininfluente.

Ora che finalmente è morto il vostro paladino (ciao Giorgio), nel tentativo di scuotere le coscienze di quegli 1,5 lettori/mese che passano di qua, farò quindi coming out: lo show di Baricco che spiega una pagina della recherche mi ha fatto venire miliardi di volte più voglia di leggerla di qualsiasi suggerimento o non-suggerimento circa le opere imprescindibili. Le quali opere, saranno per loro natura sempre più del tempo che una persona priva di rendite ereditarie ha a disposizione, stante l’attuale aspettativa di vita e l’andamento delle funzioni cognitive.

Il mio suggerimento per non essere travolti è semplice: scendete dal cavallo del pensare da ricchi e vivere da poveri e iniziate a vendere la vostra mercanzia.

Apologia del trauma

novembre 10th, 2013 § 0 comments § permalink

In tenera età, gli esseri umani ricevono un imprinting che li condizionerà per il resto della loro vita. Le piccole esperienze di vita insegnano loro cosa c’è che non va nel mondo ed essi passeranno il resto della loro vita a tentare di aggiustarlo. L’impegno che gli uomini eccellenti hanno dimostrato per far prevalere il proprio coraggio e il proprio talento deriva da un imperativo morale che si costruisce fin da bambini.

Il problema della pedagogia moderna è che ha completamente distorto il senso dell’educazione. L’essere umano non è a priori un modello vitruviano di cui conservare intatte le caratteristiche di perfezione. L’essere umano nasce vuoto e inizia a riempire le proprie attitudini sulla base di ciò che riconosce come necessità. Senza necessità, senza mancanza, non esiste miglioramento, non esiste perfezione.

Al contrario, nel mondo di oggi, tutto il ruolo dei genitori e degli educatori è incentrato sul concetto che il bambino deve essere conservato intonso, che bisogna fare di tutto affinché non si provochi un trauma. Il bambino deve far scorrere la propria gioventù senza che ne rimanga traccia, senza che vi sia episodio spiacevole da ricordare. Avrà tempo da grande, dicono, per scegliere la propria strada.

Il risultato, penso, è sotto gli occhi di tutti. Educatori che non vogliono assumersi la responsabilità di determinare il futuro della prossima generazione hanno determinato la nascita della cosiddetta me generation, una generazione che a trent’anni suonati non ha costruito alcun talento e non sa ancora bene cosa vuole fare della propria vita.

Il dialogo coi propri figli è importante, ma non è sostitutivo dell’imprinting. L’imprinting avviene ad un’età in cui le parole sono ancora superflue. Se non riempite la testa dei vostri figli con una necessità, il vuoto sarà comunque riempito dalla segatura.

Gli alieni uccidono le nostre donne

giugno 2nd, 2013 § 0 comments § permalink

L’Huffington Post ha pubblicato ieri l’ennesimo articolo sul femminicidio con le raccomandazioni di Rashida Manjoo, relatore speciale delle Nazioni Unite contro la violenza maschile. Ecco l’incipit:

Un’Italia maschilista dove il tasso della violenza contro le donne tocca il 78% e dove le vittime spesso non denunciano e, quando lo fanno, incontrano ostacoli, poco ascolto da parte delle istituzioni, minima protezione e processi lunghi. Un’Italia dove il 53% delle donne che appaiono in televisione non apre nemmeno bocca e il 46% è associata al sesso oppure a prodotti di bellezza, mentre soltanto una donna su quattro (26,5%) considera lo stupro un reato.

Già dopo il primo paragrafo la spia «bufale in agguato» inizia a lampeggiare incessantemente. Decido di risalire alle fonti per capire quali circostanze diano adito a Laura Eduati di sostenere che tre donne su quattro siano cretine patentate.

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Salvare il dibattito pubblico

maggio 29th, 2013 § 0 comments § permalink

Loredana Lipperini scrive un post in cui si accanisce contro quelli che lei chiama i negazionisti del femminicidio, quelli che avrebbero osato mettere in dubbio la gravità del fenomeno usando le statistiche a suo dire in modo improprio. Nel tentativo di ribaltare le conclusioni dei cosiddetti negazionisti, incidentalmente sodomizza la logica deduttiva.

Prendiamo ad esempio la citazione riportata nel post, da cui si dovrebbe desumere che l’allarmismo è giustificato:

Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento.

Se tale aumento giustificasse un tale allarme, inversamente dovremmo essere tranquillizzati dal fatto che le donne uccise nel 2012 è 124 (fonte Casa Donne), ovvero oltre un terzo in meno in soli 6 anni. Come facevo notare in altri post, non è possibile effettuare una valutazione di un trend unicamente su dati puntuali, senza considerare l’andamento della distribuzione nel tempo. E la distribuzione in questo caso ci dice che la varianza nel medio periodo è tale che non è possibile definire un trend univoco.

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La grande O della scuola

maggio 27th, 2013 § 0 comments § permalink

Prendiamo in esame uno strumento basilare del pensiero razionale, il concetto di efficienza:

L’efficienza di un processo è rappresentata dall’andamento della funzione che mette in relazione la dimensione dell’input del processo con la quantità di risorse necessarie per ottenere l’output corrispondente.

Qualora il processo si applichi a dimensioni di input indefinitamente larghe l’andamento della suddetta funzione sarà valutato in forma asintotica, ovvero considerando il comportamento della funzione al limite estremo del dominio che tende ad infinito.

Consideriamo anche il concetto di allocazione ottimale delle risorse applicato all’efficienza:

Siccome un processo tipicamente consuma tipi di risorse diverse (soldi, tempo, spazio, etc.), valutando l’efficienza rispetto alle singole risorse si possono confrontare processi diversi che ottengono il medesimo tipo di risultato al fine di individuare quello che rappresenta il miglior compromesso rispetto alla disponibilità delle singole risorse.

Ovviamente per ottenere un’informazione sull’andamento della funzione di efficienza si può procedere per via deduttiva analizzando le caratteristiche teoriche dei singoli processi o si può procedere per via induttiva, ovvero realizzando una serie di esperimenti.

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Cento frecce sulla risposta sbagliata

maggio 11th, 2013 § 2 comments § permalink

Ieri mattina ho letto un tweet di Peppe Liberti che si lamentava di «quelli che approfittano di qualunque occasione per dire che internet son loro e gli altri non capiscono niente». Ce l’aveva con Mantellini. Poi nel pomeriggio ho letto un superbo (nel senso di presuntuoso) j’accuse del medesimo autore intitolato Il metro delle prove INVALSI, nel quale ci ragguaglia sul fatto che l’esperto di didattica è lui, mentre quelli di INVALSI non capiscono niente (e cazzeggiano troppo).

Ritengo che se vogliamo elevare la discussione pubblica oltre il Bar Sport, bisognerebbe evitare di profondersi in invettive basate su illazioni e mantenere i dubbi al rango di dubbi, senza svalutarne l’utilità. La macchina del fango prende sempre un sacco di like all’inizio, ma se poi non si è attrezzati a sostenere le accuse, si fa la figura dei cretini. Siccome Peppe Liberti cretino non è, anzi è un ottimo divulgatore scientifico, la critica al suo commento non è tempo sprecato.

Il motivo del contendere è una domanda del test somministrato ai bambini della classe seconda della scuola primaria, un test che potremmo considerare col trabochetto: la domanda pone una serie di condizioni logiche ben delineate, mentre la figura può risultare fuorviante per l’intuito di un bambino di 7 anni. Peppe si scaglia contro gli autori del test, rei a suo dire di non aver posto sufficiente attenzione nella formulazione dell’illustrazione al fine di minimizzare il rischio di incomprensione.

Innanzitutto, perché Peppe si concentra proprio su questa domanda? Dice lui: «a quanto pare, da quello che sto leggendo in queste ore in giro, è che a dare la risposta giusta son stati in pochissimi». È questo il primo errore concettuale: se lo scopo di INVALSI è una rilevazione statistica, come si può fondare un argomento sul sentito dire che precede di molto la pubblicazione di risultati ufficiali? Ammesso che vi sia un’anomalia nel rapporto tra la domanda e il tipo di risultato atteso, essa dovrebbe essere desunta da indicatori statistici che tuttavia allo stato attuale non sono ancora disponibili. In realtà la situazione è ancora più drastica: la critica arriva in maniera più solerte del documento che dovrebbe chiarire quali sono i risultati attesi.

C’è poi una questione di contenuto: Peppe inserisce l’immagine fuorviante nel contesto della propria esperienza professionale nell’ambito dei libri scolastici, nei quali spesso capita che le illustrazioni risultino ambigue, ma è proprio questo accostamento a determinare il secondo errore concettuale: mentre nell’ambito dei libri di testo sarebbe deprecabile inserire immagini fuorvianti di proposito o per inettitudine, nell’ambito dei test che misurano la capacità di ragionare, è normale l’introduzione di elementi che rendano più difficile individuare la risposta corretta per intuito. Il motivo è semplice: nella vita incontriamo continuamente fenomeni il cui comportamento è controintuitivo, perciò saper ragionare senza farci trarre in inganno dalle apparenze è fondamentale.

Per dirla con Guybrush Threepwood, eroe del lateral thinking, la X sulla mappa non è sempre il punto dove scavare.

In tutta franchezza, non so se quell’immagine sia stata coniata così di proposito o se si tratti di una svista. Non lo so per il semplice motivo che non sono ancora disponibili i razionali redatti da chi ha prodotto i test. Posso fare un’ipotesi plausibile, basandomi sul fatto che i documenti tecnici dell’anno precedente citano espressamente le medesime metodologie con tanto di accurati riferimenti alla teoria e sul fatto che i test, prima di essere somministrati in via ufficiale, sono già stati provati empiricamente su un campione di riferimento piuttosto esteso. Rimane il fatto che una svista è sempre possibile. Per Peppe Liberti invece non c’è dubbio, la svista è fatto certo e la letteratura è irrilevante: è proprio questa supponenza a determinare la debolezza della sua argomentazione. Anche ammesso che la svista ci sia, desumerlo alle condizioni attuali implica basarsi su speculazioni che certo non giustificano un atteggiamento così tranchant.

INVALSI si occupa di realizzare dei test che dovrebbero misurare statisticamente la capacità di utilizzare alcuni strumenti del ragionamento da parte degli studenti italiani di determinate classi. Strumenti che, ça va sans dire, sono indispensabili per formare future generazioni di persone consapevoli. È quantomeno ironico che sia proprio INVALSI a ricevere un attacco classificabile come critica supportata da elementi concettuali insufficienti, ovvero quel genere di aberrazione del pensiero che la scuola dovrebbe contribuire ad eliminare.

Giocare coi numeri: la spesa per l’istruzione

maggio 7th, 2013 § 0 comments § permalink

Gira sul social network un’infografica sulla spesa pubblica per l’istruzione comparata tra i vari paesi, accompagnata dalla seguente descrizione: «Italia: agli ultimi posti in Europa negli investimenti in cultura e istruzione. I risultati si vedono: tragici. Sotto ogni punto di vista.»

istruzione

 

Ottimo per il colpo d’occhio e la viralità, ma fallace nella sostanza: il rapporto “spesa pubblica per istruzione su spesa pubblica totale” non ci dice quanto spendiamo in istruzione, ma quanta parte della spesa è dedicata all’istruzione. Come ogni rapporto dipende da un numeratore e un denominatore, ma rispetto a molti altri paesi europei non è il numeratore ad essere minore, bensì il denominatore ad essere più corposo: in Italia la previdenza pubblica spende in pensioni più di qualsiasi altro paese europeo, complice la durata della vita più lunga.
Se avessimo scelto un indicatore più onesto, come ad esempio quello individuato da Eurostat, cioè la spesa pubblica per studente a parità di potere d’acquisto, scopriremmo che l’Italia è poco sotto la media UE e che Lituania e Lettonia, paesi in cima alla classifica riportata nell’infografica, in realtà spendono la metà di quanto spende l’Italia; l’Estonia, seconda nella tabella dell’infografica, in realtà spende due terzi di quanto spende l’Italia per ciascuno studente.

Una cosa è certa: se perfino commentatori navigati cadono in questi banali tranelli della statistica, evidentemente l’istruzione in Italia non sta facendo un buon lavoro, a prescindere da quanti soldi ci si rovesciano dentro.

Proemio

gennaio 9th, 2012 § 0 comments § permalink


Una congettura (dal latino coniectūra, dal verbo conīcere, ossia interpretare, dedurre, concludere) è una affermazione o un giudizio fondato sull’intuito, ritenuto probabilmente vero, ma non dimostrato.

— La definizione di “Congettura” su  Wikipedia

La visione del mondo di ciascuno è basata in gran parte su congetture, giacché ciascuna fonte di informazioni porta con sé più o meno inconsapevolmente un punto di vista, una tesi da dimostrare, un pubblico da accontentare. Spesso è difficile separare i dati di fatto dalle opinioni, le prove dalle speculazioni. In un’epoca che non ha eguali nella storia dell’uomo per quantità di notizie condivise, la necessità di trasferire i contenuti “in pillole”, assieme alla brutta abitudine di non citare le fonti, hanno forgiato una società in cui la manipolazione dell’informazione è all’ordine del giorno.

Questo blog prova ad approfondire alcuni concetti ed esprimere alcune congetture sulla filosofia politica, sulla teoria economica e sull’epistemologia, con la promessa di mantenere fede ad un metodo, riassumibile in poche e semplici regole: » Continua la lettura «