L’opzione privata

maggio 25th, 2013 § 0 comments § permalink

Pare fatto conclamato che sostenere la cosiddetta private option dei servizi che tutelano la collettività (istruzione, sanità, etc.) sia una posizione di destra, mentre lo statalismo in Italia è considerato di sinistra. Dopo una stagione di progressismo post-comunista durante il quale le formazioni che si riconoscevano nel progetto dell’Ulivo avevano fatto propria l’idea di concorrenza tra pubblico e privato, col superamento dell’Ulivo questo paradigma si è incrinato e oggi una larga fetta del centro-sinistra ritiene che la private option danneggi i cittadini in quanto la proprietà degli organismi di gestione di tali servizi sarebbe l’unica forma di tutela del bene collettivo.

Innanzitutto definiamo correttamente il concetto di private option: tutti i cittadini che hanno diritto ad un determinato servizio pagato con il denaro dei contribuenti dovrebbero aver diritto ad ottenere l’espletamento di tale servizio da parte di un soggetto pubblico o privato a propria scelta, potendo scegliere tra soggetti che soddisfano una serie di requisiti definiti dallo Stato. La remunerazione dei soggetti che svolgono tali servizi, siano essi a capitale pubblico o privato, sarebbe quindi orientata al numero di prestazioni svolte attraverso strumenti quali i voucher, equiparando i criteri economici che determinano il costo dei servizi tra settore pubblico e privato.

La mia opinione è che la posizione statalista sia in realtà una soluzione conservatrice di destra, tutto il contrario di ciò che vorrebbero farci credere i suoi sostenitori. Vediamo perché:

In mondo in cui lo Stato gestisce un determinato servizio collettivo in proprio e non ammette la private option, si determinano le seguenti circostanze:

  1. la maggior parte degli enti che erogano il servizio sono pubblici;
  2. la fascia più ricca della popolazione ha la possibilità di utilizzare servizi privati a pagamento nelle tipologie di servizio che garantiscono uno standard superiore di soddisfazione del cliente, non necessariamente di risultato primario; ad es.: minori tempi di attesa, possibilità di acquistare servizi non-standard, etc;
  3. alcuni settori di servizio a livello pubblico si qualificano come eccellenze di risultato e sono portati come bandiera di successo, ma complessivamente l’offerta pubblica si allinea al livello della mediocrità;
  4. i dipendenti pubblici, in quanto bacino di voti, diventano azionisti di riferimento nelle scelte di indirizzo, perciò in periodo di espansione economica i loro redditi aumentano più dell’aumento di qualità dei servizi;
  5. la spesa pubblica aumenta e di conseguenza il debito pubblico e le tasse;
  6. con un carico fiscale più elevato, diminuiscono le persone che possono permettersi di ricorrere ai servizi privati nei settori in cui quelli pubblici sono deficitari;
  7. chi si rivolge a servizi privati sta comunque pagando la quota pubblica di quei servizi attraverso la fiscalità anche se non ne usufruisce e se tale quota di mercato diventa rilevante, a livello politico si rafforza la convinzione che sia necessario tagliare i servizi pubblici.

In altre parole, il cittadino che si rivolge alle strutture pubbliche ottiene un servizio mediamente scadente e l’incentivo a migliorare sparisce. La preoccupazione principale si concentra sul rischio che il servizio peggiori ulteriormente e la spesa pubblica diventa una bolla resistente. Bolla che determina in ultima istanza un aumento di gradimento delle politiche di destra.

Con la private option, si determina una concorrenza tra gli enti pubblici e le aziende private a parità di mezzi, coi seguenti risultati:

  1. se i manager del servizio pubblico sono capaci il numero di clienti aumenta e il servizio pubblico rimane preponderante;
  2. se invece il servizio pubblico è inefficiente, perde quote di mercato a favore di soggetti privati che garantiscono servizi migliori a parità di remunerazione, riducendo fenomeni inflattivi;
  3. il servizio pubblico funge da public option e quindi evita la proliferazione dei costi extra-voucher in ambito privato;
  4. se la remunerazione complessiva del sistema pubblico-privato è adeguata, il divario nel livello di soddisfazione del cliente tra servizi pagati dalla collettività e servizi pagati dai singoli si riduce, ovvero: anche il povero può accedere ad un servizio qualitativamente superiore;
  5. parte dei costi risparmiati vanno investiti nel controllo della qualità da parte di agenzie governative e in strumenti di premialità per le eccellenze, in modo che il rapporto tra qualità e remunerazione non sia semplicemente lineare.

Siccome la libera scelta favorisce un’allocazione ottimale delle risorse, il cittadino riceve un servizio migliore a parità di costi per lo Stato, con la conseguenza che un determinato livello di soddisfazione del cliente che nell’economia statalista era riservato a chi poteva permetterselo, con la private option diventa accessibile ad una più ampia fetta della popolazione. E questa, secondo me, è un’economia di sinistra.

Nuovi reati, vecchi reati

maggio 23rd, 2013 § 0 comments § permalink

dal Testo Unico delle Leggi Elettorali, D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, art. 99, comma 1:

Chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 3.000.000.

 

L’asterisco

aprile 29th, 2013 § 0 comments § permalink

Sulla scheda elettorale dovrebbero mettere un asterisco vicino ai simboli dei partiti. A quanto pare, se c’è bisogno di ricordare ai consumatori che i medicinali possono avere effetti collaterali anche gravi e ai risparmiatori che le performance passate non costituiscono una garanzia di rendimenti futuri, allora c’è sicuramente bisogno di una noticina in calce per ricordare agli elettori che per governare da soli bisogna vincere le elezioni.
È sicuramente necessario ricordarlo agli elettori del centrosinistra, i quali ahimé ritenevano che a prescindere dal risultato delle urne, le uniche opzioni sul tavolo fossero vincere da soli o rigiocare la partita all’infinito finché non si fosse vinto di misura o riconsegnato il Paese nelle mani di Berlusconi. Ipotesi quest’ultima assai probabile, se il partito che anela ai voti degli italiani si dimostra talmente immaturo da provocare uno stallo politico-istituzionale durante la peggiore congiuntura economica dal dopoguerra, pur di non scendere a patti col nemico.
Scriviamo quindi dei nuovi slogan con l’asterisco: «Mai con Berlusconi! (*se ci date abbastanza voti)», così almeno sarà accontentata la correttezza comunicativa e potremo finalmente assistere al ritorno in pompa magna di Berlusconi al governo, per mano di quelli che avranno negato i propri voti al PD nel timore che qualora quest’ultimo non dovesse prendere abbastanza voti, potrebbe decidere di governare assieme a chi ci sta.

Per gli adulti, invece, la magra soddisfazione di aver ottenuto un risultato migliore di quanto ci si attendeva con questi numeri.

I dieci pilastri della saggezza economica

aprile 26th, 2013 § 0 comments § permalink

Riporto la traduzione in italiano di un decalogo dei principi base dell’economia di mercato, spesso insegnato nelle università statunitensi. L’autore originale è sconosciuto, tuttavia pare che la prima apparizione di questo testo risalga ad una stampa su 10 placche nella Hall of Free Enterprise dell’esposizione internazionale di New York City del 1964.

  1. Nulla nel nostro mondo materiale può generarsi dal nulla, né può essere gratuito; tutto nella nostra vita economica ha una sorgente, una destinazione e un costo che deve essere pagato — da qualcuno.
  2. Il governo non è mai una sorgente di beni. Tutto ciò che si produce è prodotto dal popolo e tutto ciò che il governo dà al popolo, deve prima prenderlo dal popolo.
  3. L’unico denaro di valore che il governo può spendere è denaro tassato o preso a prestito dai risparmi della gente. Quando il governo decide di spendere più di quello che ha così ricevuto, il denaro extra non guadagnato è creato dal nulla, attraverso le banche o le tipografie e quando viene speso, prende valore solo riducendo il valore di tutto il restante denaro, risparmi e assicurazioni.
  4. Nella nostra moderna economia di scambio, i salari e l’occupazione derivano dai clienti e l’unica forma di garanzia del lavoro è la conservazione dei clienti. Se non ci sono clienti, non ci possono essere salari e lavoro.
  5. Il lavoratore può garantire la conservazione dei clienti solo quando coopera con la direzione nel realizzare soluzioni che conquistino e mantengano clienti. La sicurezza del lavoro, quindi, è un problema di collaborazione che può essere risolto solo nello spirito di comprensione e cooperazione.
  6. Essendo i salari il principale costo di tutto, aumenti generalizzati dei salari senza un corrispondente aumento della produttività semplicemente aumentano il costo della vita di tutti.
  7. Il maggior benessere per il maggior numero significa il massimo dei beni per il maggior numero, che in definitiva significa la più alta produttività per lavoratore.
  8. La produttività si basa su tre fattori: (a) risorse naturali, la cui forma, luogo e condizioni sono cambiate spendendo (b) forza lavoro (fisica e mentale), con l’aiuto di (c) strumenti.
  9. Gli strumenti sono l’unico di questi tre fattori che l’uomo può accrescere senza limiti e gli strumenti entrano a far parte di una società libera solo quando c’è una ricompensa per la porzione di guadagni che le persone devono temporaneamente investire nella produzione di nuovi strumenti anziché utilizzare per produrre confort immediato. Un pagamento adeguato per l’uso degli strumenti è essenziale per la loro creazione.
  10. La produttività degli strumenti, ovvero l’efficienza della forza lavoro applicata in connessione col loro uso, è sempre stata massima nelle società competitive in cui le decisioni economiche erano prese liberamente da milioni di individui alla ricerca del progresso, piuttosto che in società controllate dallo stato in cui tali decisioni sono prese da un ristretto gruppo di persone plenipotenziarie, a prescindere da quanto fossero generose, sincere e intelligenti.

Del perché le elezioni via Internet sono un’utopia

aprile 12th, 2013 § 2 comments § permalink

Leggo dal blog di Uriel un interessante post su cosa non funziona nell’approccio di Grillo alla democrazia elettronica. Devo però dissentire da lui riguardo alla fase propositiva. Secondo Uriel, la soluzione da contrapporre al dilettantismo di Casaleggio & co. è la creazione di un sistema di sicurezza con tutti i crismi, progettato per proteggere le transazioni di voto a livello fisico e logico.

Il problema che si pone non è di natura pratica (“i carabinieri a guardia del rack”), ma di natura logica e non è aggirabile assumendo personale più qualificato o spendendo maggiori risorse. Se costruiamo un super-sistema di sicurezza con tecnologie avanzatissime per aggiungere tutte le possibili garanzie sulla segretezzaautenticità e integrità del voto, avremo come risultato un sistema trusted. In prima battuta si può pensare che ciò sia un fatto positivo, nel senso che ci si può fidare. Ma quell’aggettivo di origine anglosassone ha un duplice risvolto, quando si applica ai sistemi di computing trusted vuol dire che ci si deve fidare per forza. In altre parole, un siffatto sistema ha un livello di complessità tale che la comprensione di esso è al di fuori della portata dei normali cittadini.

È qui il punto di rottura nel paradosso logico in cui si incorre tentando di trasmutare dal voto cartaceo al voto via Internet: nel 2013 le elezioni vere, quelle che contano qualcosa, si fanno ancora con la carta, la matita, le urne di cartone, i registri e questo non perché acquistare dei server o pagare degli sviluppatori fosse troppo oneroso, ma per un motivo molto più basilare: la democrazia funziona se tutti possono controllare come funziona. E quando dico tutti intendo anche un cittadino che ha l’età per votare e la licenza di terza media.

Uriel costruisce profusamente dei parallelismi con i settori mission critical del business e del governo, ma la differenza sostanziale tra quel genere di applicazioni e le elezioni è che la nostra Costituzione garantisce la segretezza del voto e per garantire la segretezza di qualcosa con strumenti elettronici è necessario mettere in campo degli algoritmi crittografici che permettano di verificare che tutti i voti siano conteggiati e solo i voti validi, ma senza renderli univocamente riconducibili ai votanti. Questa cosa, che nel mondo analogico è molto semplice da realizzare, in quello digitale impone un livello di complessità che rende di fatto impossibile controllare il processo step-by-step senza compromettere il requisito di segretezza, e tuttavia senza un controllo step-by-step, le garanzie di integrità e autenticità sono forti quanto l’algoritmo che le difende.

È sufficiente scorrere la lista dei security bulletins sulle insicurezze dei sistemi di crittografia per rendersi conto delle molteplici minacce che rendono la crittografia uno strumento ancora molto distante dalle garanzie offerte da carta e penna. Anche ammesso che in un prossimo futuro si scopra l’algoritmo perfetto, rimane il problema che l’utente che lo utilizza non è in grado di comprenderlo appieno e di conseguenza è facile preda di chi ne vuole abusare. Oggi, nel 2013, svariati miei contatti Skype sono stati infettati da un virus che si diffondeva mandando il messaggio «è questo che in questa foto?» seguito da un link ad uno zip con dentro un eseguibile. Come si dice nel settore della sicurezza informatica, «there’s no patch for human stupidity».

Gli anticorpi della democrazia

marzo 8th, 2013 § 0 comments § permalink

Si dice che l’origine della saggezza stia nella capacità di conservare il dubbio. Alla luce degli ultimi avvenimenti, alcuni dubbi su Grillo & Casaleggio affiorano. Da un lato c’è un’opera sotterranea di rivalutazione del passato: il pasticcio con le firme per il referendum nel 2008 è stata mera inettitudine del suo staff o è stato un modo per polarizzare il soon-to-be elettorato? Dall’altro mi chiedo: concentrare l’attenzione sulla forma fascistoide* del suo movimento mi sta facendo perdere di vista la rilevanza delle opportunità di cambiamento offerte dalla sua iniziativa?

Alla fine però, l’imperativo democratico ha comunque il sopravvento:  la democrazia funziona se gli anticorpi entrano in azione al manifestarsi delle minacce, senza conceder loro il tempo di concretizzarsi. Come soldati semplici, gli anticorpi non possono concedersi il lusso di valutare autonomamente se la guerra che combattono è veramente giustificata. Il rischio che un gruppo che si muove in spregio delle regole democratiche ottenga il consenso necessario a stravolgere le medesime è troppo grande rispetto a qualsiasi ideale di rinnovamento o promessa che tale incursione, una volta ottenuto un potere quasi-assoluto, ne faccia uso solo a fin di bene.

Un sistema rimane democratico fintanto che le minoranze mantengono le proprie protective provisions come diritto sancito, non come gentile concessione. Ungheria docet.

Siccome la democrazia non è l’ordine naturale, affinché sopravviva a lungo termine non ci possono essere tentennamenti.

*: sì, un’organizzazione di intenti a scopo politico che non offre alcuna garanzia circa la possibilità di organizzazione del dissenso interno e nella quale il leader può inventarsi nuove regole alla bisogna senza alcuna necessità di consultazione è un’organizzazione fascistoide. A maggior ragione se tale organizzazione costruisce il consenso con modalità top-down.