Gli alieni uccidono le nostre donne

giugno 2nd, 2013 § 0 comments § permalink

L’Huffington Post ha pubblicato ieri l’ennesimo articolo sul femminicidio con le raccomandazioni di Rashida Manjoo, relatore speciale delle Nazioni Unite contro la violenza maschile. Ecco l’incipit:

Un’Italia maschilista dove il tasso della violenza contro le donne tocca il 78% e dove le vittime spesso non denunciano e, quando lo fanno, incontrano ostacoli, poco ascolto da parte delle istituzioni, minima protezione e processi lunghi. Un’Italia dove il 53% delle donne che appaiono in televisione non apre nemmeno bocca e il 46% è associata al sesso oppure a prodotti di bellezza, mentre soltanto una donna su quattro (26,5%) considera lo stupro un reato.

Già dopo il primo paragrafo la spia «bufale in agguato» inizia a lampeggiare incessantemente. Decido di risalire alle fonti per capire quali circostanze diano adito a Laura Eduati di sostenere che tre donne su quattro siano cretine patentate.

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L’inflazione linguistica

giugno 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Nel libro Public Opinion di Walter Lippmann, pubblicato nel 1922, c’è un capitolo sull’uso delle parole dal quale vorrei trarre una breve ma illuminante citazione:

Le parole, come il denaro, sono simboli di valore. Esse rappresentano un significato, perciò, come il denaro, il loro valore rappresentativo va su e giù. (…) Alcune nazioni tendono costituzionalmente ad attenuare, altre ad esagerare. Quello che il Tommy inglese chiamava un luogo insalubre poteva esser descritto da un soldato italiano solo grazie a un ricco vocabolario, aiutato da una mimica esuberante. Le nazioni che attenuano mantengono solida la loro moneta verbale. Le nazioni che esagerano soffrono di un’inflazione nel linguaggio.

Applichiamo questo concetto ai giorni nostri. Beppe Grillo che non crede di aver offeso Rodotà è sincero nel pensarlo: il valore del suo discorso pubblico è talmente svalutato che se usassimo lo stesso metro di misura per le catilinarie, ormai risulterebbero carezze. Esiste quindi una scissione nella lingua: da parte una moneta borghese in cui la moderazione è essenzialmente una riserva di valore e dall’altra la lingua della folla che ricorda i rubli all’inizio degli anni ’90.
Anche per le parole vale il principio che la moneta cattiva scaccia quella buona: le élite culturali sono sempre più distinguibili e separate dal popolino, mentre giornalisti e opinionisti diventano cambiavalute tra i due sistemi.

È essenzialmente questo il modo in cui il sistema Grillo acquisisce il suo potere: drena il valore delle parole dal sistema inflazionando il mercato con un’offerta di violenza comunicativa senza precedenti. Per ottenere il silenzio delle menti, si produce il rumore assoluto. Quando la marea si ritira, non rimangono che urla, strilli e strepitii privi di significato. Infine, l’esercito di Mordor si mette in marcia al ritmo di Ro-do-tà, ro-do-tà, ro-do-tà…

Salvare il dibattito pubblico

maggio 29th, 2013 § 0 comments § permalink

Loredana Lipperini scrive un post in cui si accanisce contro quelli che lei chiama i negazionisti del femminicidio, quelli che avrebbero osato mettere in dubbio la gravità del fenomeno usando le statistiche a suo dire in modo improprio. Nel tentativo di ribaltare le conclusioni dei cosiddetti negazionisti, incidentalmente sodomizza la logica deduttiva.

Prendiamo ad esempio la citazione riportata nel post, da cui si dovrebbe desumere che l’allarmismo è giustificato:

Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento.

Se tale aumento giustificasse un tale allarme, inversamente dovremmo essere tranquillizzati dal fatto che le donne uccise nel 2012 è 124 (fonte Casa Donne), ovvero oltre un terzo in meno in soli 6 anni. Come facevo notare in altri post, non è possibile effettuare una valutazione di un trend unicamente su dati puntuali, senza considerare l’andamento della distribuzione nel tempo. E la distribuzione in questo caso ci dice che la varianza nel medio periodo è tale che non è possibile definire un trend univoco.

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L’amministratore del condominio

maggio 28th, 2013 § 0 comments § permalink

Un paio d’anni fa mia madre, all’epoca sessantottenne, cambiò casa. Il condominio in cui andò ad abitare, circa una decina di appartamenti, aveva un amministratore che non le garbava perché a suo dire non era sufficientemente celere nell’attuare le disposizioni dell’assemblea. Nel giro di qualche settimana tra una chiacchiera nell’androne e un invito a prendere il the, fece conoscenza con tutti i condomini e li convinse a cambiare amministratore, instaurando di lì a poco quello che amministrava l’immobile dove viveva prima.

Qualche settimana fa un altro condomino del medesimo condominio, insoddisfatto della gestione dell’amministratore, scrisse un j’accuse di una pagina elencando i motivi per cui il nuovo amministratore era negligente e inadeguato. Di lì a poco si tenne l’annuale riunione condominiale, durante la quale fu chiesto se si voleva mantenere in carica l’amministratore o cambiarlo. Siccome nessuno dei presenti aveva un’alternativa da offrire o un preventivo alternativo, l’attuale amministratore fu riconfermato all’unanimità.

La protesta contro l’amministratore è la metafora del grillismo. Per ottenere un cambiamento non basta affiggere una lista di buone ragioni sul portone di una cattedrale. È necessario fare amicizie, tessere rapporti, trovare accordi di scambio (sì, scambio!) tra le priorità che interessano alle singole compagini politiche. Per questo motivo rinunciare alla diaria o presentare proposte di legge non si può considerare «fare il lavoro di parlamentare». L’idea di parlamento che rappresenta il M5S è essenzialmente aderente alla percezione televisiva: ogni capogruppo fa la propria dichiarazione di voto, poi si vota e se l’idea è buona dovrebbe passare. Non stupisce che propongano il voto da casa: se non c’è nulla da trattare, che senso ha spendere dei denari per alloggiare quasi un migliaio di parlamentari nella stessa città, gente che nemmeno si conosceva prima dell’elezione?

Purtroppo per loro (e per fortuna per noi), la democrazia non è questo. Il tanto vituperato compromesso è l’essenza della capacità degli uomini di costruire una volontà comune a partire da milioni di teste diverse. L’alternativa, se rimaniamo nella democrazia, è tenersi il vecchio amministratore.

La grande O della scuola

maggio 27th, 2013 § 0 comments § permalink

Prendiamo in esame uno strumento basilare del pensiero razionale, il concetto di efficienza:

L’efficienza di un processo è rappresentata dall’andamento della funzione che mette in relazione la dimensione dell’input del processo con la quantità di risorse necessarie per ottenere l’output corrispondente.

Qualora il processo si applichi a dimensioni di input indefinitamente larghe l’andamento della suddetta funzione sarà valutato in forma asintotica, ovvero considerando il comportamento della funzione al limite estremo del dominio che tende ad infinito.

Consideriamo anche il concetto di allocazione ottimale delle risorse applicato all’efficienza:

Siccome un processo tipicamente consuma tipi di risorse diverse (soldi, tempo, spazio, etc.), valutando l’efficienza rispetto alle singole risorse si possono confrontare processi diversi che ottengono il medesimo tipo di risultato al fine di individuare quello che rappresenta il miglior compromesso rispetto alla disponibilità delle singole risorse.

Ovviamente per ottenere un’informazione sull’andamento della funzione di efficienza si può procedere per via deduttiva analizzando le caratteristiche teoriche dei singoli processi o si può procedere per via induttiva, ovvero realizzando una serie di esperimenti.

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Se ti giochi i princìpi

maggio 27th, 2013 § 0 comments § permalink

Capita che in una consultazione referendaria uno dei contendenti esprima una posizione di principio, per esempio «la scuola deve essere pubblica, senza se e senza ma». Può sembrare ad una prima lettura che la vittoria di tale posizione sia il riconoscimento della prevalenza dei princìpi sui risultati, ma in realtà l’unica partita che conta, sempre, è quella dei risultati.

Perdere al referendum non mina i princìpi, perché l’etica non è una questione di maggioranza. Ma se ti giochi i princìpi e vinci al referendum, non esultare prematuramente, perché hai solo ottenuto di poter fare all-in al tavolo dei risultati. E se perderai quella partita, avrai dilapidato un bene superiore: la possibilità che i princìpi contino qualcosa nelle scelte future.

L’opzione privata

maggio 25th, 2013 § 0 comments § permalink

Pare fatto conclamato che sostenere la cosiddetta private option dei servizi che tutelano la collettività (istruzione, sanità, etc.) sia una posizione di destra, mentre lo statalismo in Italia è considerato di sinistra. Dopo una stagione di progressismo post-comunista durante il quale le formazioni che si riconoscevano nel progetto dell’Ulivo avevano fatto propria l’idea di concorrenza tra pubblico e privato, col superamento dell’Ulivo questo paradigma si è incrinato e oggi una larga fetta del centro-sinistra ritiene che la private option danneggi i cittadini in quanto la proprietà degli organismi di gestione di tali servizi sarebbe l’unica forma di tutela del bene collettivo.

Innanzitutto definiamo correttamente il concetto di private option: tutti i cittadini che hanno diritto ad un determinato servizio pagato con il denaro dei contribuenti dovrebbero aver diritto ad ottenere l’espletamento di tale servizio da parte di un soggetto pubblico o privato a propria scelta, potendo scegliere tra soggetti che soddisfano una serie di requisiti definiti dallo Stato. La remunerazione dei soggetti che svolgono tali servizi, siano essi a capitale pubblico o privato, sarebbe quindi orientata al numero di prestazioni svolte attraverso strumenti quali i voucher, equiparando i criteri economici che determinano il costo dei servizi tra settore pubblico e privato.

La mia opinione è che la posizione statalista sia in realtà una soluzione conservatrice di destra, tutto il contrario di ciò che vorrebbero farci credere i suoi sostenitori. Vediamo perché:

In mondo in cui lo Stato gestisce un determinato servizio collettivo in proprio e non ammette la private option, si determinano le seguenti circostanze:

  1. la maggior parte degli enti che erogano il servizio sono pubblici;
  2. la fascia più ricca della popolazione ha la possibilità di utilizzare servizi privati a pagamento nelle tipologie di servizio che garantiscono uno standard superiore di soddisfazione del cliente, non necessariamente di risultato primario; ad es.: minori tempi di attesa, possibilità di acquistare servizi non-standard, etc;
  3. alcuni settori di servizio a livello pubblico si qualificano come eccellenze di risultato e sono portati come bandiera di successo, ma complessivamente l’offerta pubblica si allinea al livello della mediocrità;
  4. i dipendenti pubblici, in quanto bacino di voti, diventano azionisti di riferimento nelle scelte di indirizzo, perciò in periodo di espansione economica i loro redditi aumentano più dell’aumento di qualità dei servizi;
  5. la spesa pubblica aumenta e di conseguenza il debito pubblico e le tasse;
  6. con un carico fiscale più elevato, diminuiscono le persone che possono permettersi di ricorrere ai servizi privati nei settori in cui quelli pubblici sono deficitari;
  7. chi si rivolge a servizi privati sta comunque pagando la quota pubblica di quei servizi attraverso la fiscalità anche se non ne usufruisce e se tale quota di mercato diventa rilevante, a livello politico si rafforza la convinzione che sia necessario tagliare i servizi pubblici.

In altre parole, il cittadino che si rivolge alle strutture pubbliche ottiene un servizio mediamente scadente e l’incentivo a migliorare sparisce. La preoccupazione principale si concentra sul rischio che il servizio peggiori ulteriormente e la spesa pubblica diventa una bolla resistente. Bolla che determina in ultima istanza un aumento di gradimento delle politiche di destra.

Con la private option, si determina una concorrenza tra gli enti pubblici e le aziende private a parità di mezzi, coi seguenti risultati:

  1. se i manager del servizio pubblico sono capaci il numero di clienti aumenta e il servizio pubblico rimane preponderante;
  2. se invece il servizio pubblico è inefficiente, perde quote di mercato a favore di soggetti privati che garantiscono servizi migliori a parità di remunerazione, riducendo fenomeni inflattivi;
  3. il servizio pubblico funge da public option e quindi evita la proliferazione dei costi extra-voucher in ambito privato;
  4. se la remunerazione complessiva del sistema pubblico-privato è adeguata, il divario nel livello di soddisfazione del cliente tra servizi pagati dalla collettività e servizi pagati dai singoli si riduce, ovvero: anche il povero può accedere ad un servizio qualitativamente superiore;
  5. parte dei costi risparmiati vanno investiti nel controllo della qualità da parte di agenzie governative e in strumenti di premialità per le eccellenze, in modo che il rapporto tra qualità e remunerazione non sia semplicemente lineare.

Siccome la libera scelta favorisce un’allocazione ottimale delle risorse, il cittadino riceve un servizio migliore a parità di costi per lo Stato, con la conseguenza che un determinato livello di soddisfazione del cliente che nell’economia statalista era riservato a chi poteva permetterselo, con la private option diventa accessibile ad una più ampia fetta della popolazione. E questa, secondo me, è un’economia di sinistra.

Nuovi reati, vecchi reati

maggio 23rd, 2013 § 0 comments § permalink

dal Testo Unico delle Leggi Elettorali, D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, art. 99, comma 1:

Chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 3.000.000.

 

I cretini digitali

maggio 21st, 2013 § 0 comments § permalink

Scrive Giuseppe Granieri su La Stampa che il problema degli intellettuali che non capiscono l’interwebs starebbe nello shift di paradigma da una cultura condotta top-down da pochi illuminati verso un approccio in cui l’onere di metabolizzare le informazioni è largamente condiviso.

Il problema di questa impostazione è che dà ottimisticamente per assodato che «tutti dobbiamo acquisire le competenze necessarie per imparare a trovare quel che ci serve». E non solo a trovare ciò che ci serve, ma a capire ciò che ci serve, senza che ce lo dica qualcun altro. Bello, ma se ciò non avviene, cosa succederà?

La scommessa, perché di scommessa si tratta, e non certezza, del Granieri-pensiero è che il risultato netto di questa eliminazione dell’ipse dixit sia complessivamente positivo. Gli intellettuali analogici, come li chiama lui, per la maggior parte non sono degli ignoranti digitali, è solo che danno un’occhiata alle statistiche sull’analfabetismo di ritorno citate da De Mauro e non riescono ad essere così ottimisti e faticano a concepire l’idea della trasmissione culturale per osmosi, senza kung-fu.

A me pare che questa scelta di allungare il vino con l’acqua per permettere un sorso a tutti non stia producendo i risultati sperati. In economia, quando si inflaziona il mercato con offerta di moneta a basso costo, si genera una distorsione dovuta alla proliferazione di attività economiche improduttive, che consumano risorse ma non aggiungono alcun valore reale. In termini tecnici si chiama ciclo “boom-bust”, bolle che si gonfiano fino a scoppiare. Ho la netta impressione che a livello culturale stiamo gonfiando una bolla di cui beneficiano principalmente le equities di Amazon e non abbiamo ben chiaro come si concretizzerà il bust.

In definitiva, per essere un intellettuale devi saper riconoscere un intellettuale: chi è senza cultura non è in grado di apprezzarla se la incontra. Quello che Granieri non chiarisce è come si supera questa fase di bootstrap. Nella storia dell’alfabetizzazione il contributo principale alla diffusione della cultura alle masse non si è determinato abbassando i costi di accesso ai media, ma attraverso l’istruzione obbligatoria. In pratica per fare la rivoluzione culturale con dei risultati apprezzabili è stata necessaria la coercizione.

Purtroppo ultimamente sull’istruzione non abbiamo potuto contare: la bolla della knowledge-for-everybody si è alimentata gonfiando artificialmente la durata del percorso di studi. Del resto, se l’università sforna dei leader, basta dare a tutti una laurea e avremo una nazione di leader, giusto? Peccato che ci stiamo avvicinando al punto di non ritorno: negli USA la bolla dei prestiti studenteschi, qui in Italia la disoccupazione giovanile record, sono segnali che abbiamo inflazionato il mercato con promozioni facili, conversioni creative di crediti e corsi di laurea in aromaterapia.

Falliremo? Non lo so, ma vorrei che chi è ottimista mettesse sul piatto una teoria un po’ più corposa di «vedrete che la mano nascosta del mercato risolverà il problema», perché è evidente che l’ignoranza è un’esternalità che genera grosse inefficienze.

P.S.: non riesco proprio a capire come si possono considerare intellettuali quelli che sdoganano la maleducazione secondo il ragionamento «se ruttano a casa loro, possono farlo anche in pubblico, che differenza c’è?».

Patrimonio nazionale

maggio 16th, 2013 § 0 comments § permalink

«Hai sentito? Cancellano “La storia siamo noi” dal palinsesto RAI. Che mestizia.»

«Ma perché, tu lo guardavi? Mi hai sempre detto che Rai Storia era tutta una replica della replica
e che preferivi i reportage di History Channel su Sky.»

«Eh vabbé, ma che c’entra…»