Docenti che si sentono stocazzo

luglio 10th, 2016 § 3 comments § permalink

Ho sempre un po’ di sospetto per chi si sente stocazzo al punto di esprimere critiche sull’operato altrui senza essere esperto del relativo settore. Tra quelli che esprimono opinioni infondate, quelli che contestualmente si sentono stocazzo sono sicuramente i più irritanti. Tecnicamente si definisce “effetto Dunning-Kruger”, ovvero la propensione a sovrastimare le proprie competenze. Ci sono varie fenomenologie che portano a questo tipo di situazione: la pura e semplice mitomania, la presunzione di apprendere solo sbirciando Wikipedia, la mancanza di fiducia nel genere umano, e così via.
Una particolare fattispecie ricorrente di questa circostanza riguarda alcuni degli insegnanti che contestano le metodologie di INVALSI, come ad esempio Leonardo Tondelli in questo post. In parte la ragione dev’essere legata al fatto che l’altrui misura ciascun dal proprio core: i dipendenti di INVALSI sono parimenti stipendiati dal MIUR e questo forse spinge Tondelli a ritenerli dei mentecatti ad avere un certo pregiudizio nei loro confronti.

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Il desiderio di imparare

novembre 22nd, 2015 § 0 comments § permalink

Oggi tra gli insegnanti è tutto un condividere l’ennesimo articolo sulla scomparsa delle materie inutili e annesso deperimento del modello educativo. Ne approfitto per contestarne l’approccio, in quanto mai come in questo caso ritengo valido il detto secondo cui ciò che non è soluzione è spesso problema.

Un po’ di tempo addietro dallo Scorfano si parlava di difficoltà di indurre gli studenti alla lettura. Io ho espresso una considerazione che vale in termini generali per tutto il fenomeno dell’apprendimento: è il desiderio che muove l’interesse. La scuola ideata come un luogo dove imparare informazioni che saranno forse utili in un tempo che verrà (che poi non viene mai, alla fine) non fornisce alcuno stimolo, se non per quelle materie di cui si percepisce un’utilità pratica, competenze spendibili. E in Italia, data la cronica distanza dell’insegnamento dalla realtà produttiva, manco quella. Quindi si riduce sempre di più ad un pezzo di carta, da ottenere il prima possibile e con meno impedimento possibile.

In questo contesto, invece di lavorare sulla causa, il desiderio (ovvero la mancanza di), gli insegnanti si rannicchiano in quel fenomeno reazionario noto come “salvare il salvabile”, con la stessa cristallizzante dedizione donchisciottesca con cui la Crusca ammonisce inutilmente gli utilizzatori del piuttosto-che disgiuntivo. Peggio, la miopia è non cogliere il fatto che il comportamento dei genitori, più interessati alla media che alla testa, è conseguenza, come lo è il rotolamento di una sfera su un piano inclinato, e non causa dello sfacelo.

Forse il problema, ha ragione Douglas Adams, è di natura generazionale: di fronte ad una cultura ed una modalità di interazione pop difficili da manipolare da parte di una generazione di insegnanti tra le più vecchie del mondo, si preferisce l’autismo dell’aoristo, indignato ma sostanzialmente ininfluente.

Ora che finalmente è morto il vostro paladino (ciao Giorgio), nel tentativo di scuotere le coscienze di quegli 1,5 lettori/mese che passano di qua, farò quindi coming out: lo show di Baricco che spiega una pagina della recherche mi ha fatto venire miliardi di volte più voglia di leggerla di qualsiasi suggerimento o non-suggerimento circa le opere imprescindibili. Le quali opere, saranno per loro natura sempre più del tempo che una persona priva di rendite ereditarie ha a disposizione, stante l’attuale aspettativa di vita e l’andamento delle funzioni cognitive.

Il mio suggerimento per non essere travolti è semplice: scendete dal cavallo del pensare da ricchi e vivere da poveri e iniziate a vendere la vostra mercanzia.

Docenti e autorevolezza

giugno 14th, 2015 § 1 comment § permalink

C’è uno spunto interessante nell’odierno tentativo di Galatea di sbeffeggiare Baricco:

Baricco comincia con il chiedersi: “È abbastanza ovvio che per ripensare il mondo, dobbiamo iniziare dalla scuola. Cosa insegniamo e perché facciamo questo? Sono queste le domande che dobbiamo porci se vogliamo davvero ripensare una scuola efficace“. Ora è curioso che chiunque si metta a discettare sulla scuola parla sempre come se noi insegnanti non ci fossimo mai posti tali quesiti. E’ come dire che un ingegnere informatico non si è mai posto il problema di capire perché sono utili i computer, o un architetto non si è mai chiesto a cosa servano le case. No, l’intellettuale di spicco si sveglia una mattina e decide che bisogna chiedersi cosa insegniamo e perché, mentre il povero docente si dà per scontato che non se lo sia mai domandato.

Mi sono chiesto: ma se un programma va in crash o una casa crolla, c’è un modo relativamente semplice per capire cosa non ha funzionato, dov’è stato l’errore. Come mai alla domanda «Perché in Calabria non sanno la matematica?», la risposta della classe docente è di rifiutare il sistema di misura dei fallimenti con la scusa che «esistono competenze e abilità che i test non possono misurare»?

Il motivo essenziale per cui uno scrittore si può permettere di discettare di pedagogia, ma non di ingegneria è che il metodo per distinguere i professionisti dai fanfaroni è banale e orientato ai risultati.
Il discorso pubblico non può accettare di essere mediato da una classe sacerdotale, quindi finché i docenti si impunteranno per evitare la valutazione, docenti buoni e docenti cattivi finiranno tutti nel medesimo calderone, con un indice di autorevolezza pari a quello dell’uomo della strada (o di twitter).

Straw-man Manconi e l’omicidio stradale

giugno 13th, 2015 § 1 comment § permalink

Gira da ieri un articolo di Luigi Manconi il cui scopo è sostenere l’insensatezza del disegno di legge sull’omicidio stradale.  Per farlo, inanella un paio di straw-man arguments degni di nota:

Se i morti per incidente stradale, sono passati, nell’ultimo quarto di secolo, dai 6.621 dell’anno 1990 ai 3.385 del 2013, come è possibile parlare oggi di “emergenza” a proposito di questa indubbia tragedia?

Alla riduzione drastica del numero complessivo di incidenti mortali hanno contribuito soprattutto i miglioramenti alla sicurezza degli autoveicoli e in misura minore i sistemi di controllo della velocità tipo Tutor, mentre la fetta di incidenti determinati dall’abuso di alcool e sostanze stupefacenti si sono ridotti di una percentuale molto inferiore. Usare la serie storica degli incidenti mortali maschera la dinamica specifica degli incidenti causati dallo stato di ebbrezza dei conducenti, che ha avuto un declino molto meno ripido, circa il 40% negli ultimi 15 anni contro il 50% del complessivo (vedi serie storica rinvii a giudizio per omicidio colposo ex art. 589, 2° comma).

In compenso, le violazioni all’art 186 c.d.s. sulla guida in stato di ebbrezza che hanno comportato una condanna definitiva, dal 2004 al 2011, ultimo anno di rilevazione ISTAT, sono passate da 29.977 a 49.995, +60% e il trend è in crescita.

Ma ciò come esige uno stato di diritto – nella giusta misura e secondo il fondamentale principio della proporzionalità: tenendo conto, cioè, delle circostanze e del grado di consapevolezza dell’autore del reato (e, quindi, della sua colpevolezza). Per questo motivo, la giurisprudenza ha già articolato una serie di risposte sanzionatorie che vanno dalla minima punizione dell’omicidio colposo a quella massima dell’omicidio volontario. Non più di una settimana fa si è discusso dell’imputazione di omicidio volontario, mossa a carico dell’intero equipaggio di un’auto che ha ucciso una donna e provocato numerosi feriti in un quartiere romano. Un reato che prevede pene non inferiori a 21 anni di carcere. Che bisogno c’è, pertanto, di duplicare questa ipotesi di reato istituendone una autonoma (l’ “omicidio stradale”, appunto, oltre alle lesioni personali stradali)?

Il senatore, per giustificare la sua invettiva contro l’inasprimento delle pene per l’omicidio prodotto come conseguenza dello stato di ebbrezza, sventola un caso che, per quanto ne sappiamo, non ha nulla a che vedere con lo stato di capacità psicofisica degli occupanti del veicolo, i quali invece erano mossi dalla volontaria determinazione a fuggire e hanno accettato i rischi connessi al loro comportamento, determinando il dolo eventuale. Invece, il senatore finge di ignorare che l’attuale stato delle cose è che l’accusa di omicidio volontario per un drogato che si mette alla guida e fa Carmageddon sui pedoni è un’accusa tirata per i capelli, in quanto il giudizio prevede una valutazione dell’elemento soggettivo, ovvero nel caso dell’omicidio volontario la determinazione ad uccidere o quantomeno la capacità di determinare a priori il rischio, difficilmente ravvisabile in una persona che a malapena riesce a tenere in mano un volante.
È per questo motivo, che all’atto pratico, nell’incapacità di provare il dolo eventuale, la stragrande maggioranza dei procedimenti penali per “omicidi stradali” si concludono con la condanna ex art 589 2° comma con pene di 2 anni sospese con la condizionale, grazie al rito abbreviato che riduce la pena di 1/3 e al fatto che il giudice applica le attenuanti generiche per gli incensurati comminando il minimo della pena. Considerando che la suddetta fattispecie penale non è soggetta ad arresto in flagranza ai sensi dell’art 380 c.p.p, in pratica il reo non si fa un giorno di carcere, alla faccia della proporzionalità invocata.

A quanto pare, quindi, il bisogno del legislatore è di definire che esiste una fattispecie notevole per numero di eventi criminosi nella quale, pur mancando l’esplicita volontà di uccidere, c’è la messa in atto di un comportamento palesemente in spregio della vita umana, che sta determinando la quasi totalità dei morti uccisi senza dolo, e per la quale, evidentemente, il principio di prevenzione generale non sta funzionando.

P.S.: La vera gag di tutta questa faccenda è che Manconi parla di populismo penale e i suoi sostenitori nelle chat e nei forum lo appoggiano sostenendo che «non serve una nuova legge, basterebbero pene esemplari», che evidentemente in quanto esemplari non sarebbero comunque eque.

L’esercito dei lavapiatti digitali

giugno 12th, 2015 § 0 comments § permalink

Alfonso Fuggetta ha recentemente pubblicato un articolo circostanziato sull’italica cronica mancanza di competenze medio-alte nell’ambito IT. La fotografia della situazione è azzeccata, tuttavia l’invocazione finale di un’azione salvifica da parte di un ipotetico pubblico di decisori imprenditoriali e politici mi sembra un po’ ingenua e vorrei provare a spiegare il mio punto di vista con un esempio.

Tra i lavori identificati dalla generica etichetta Core Professionals nel grafico “Composition of the ICT Workforce in Europe” citato da Fuggetta (l’originale a pag. 7 di questo documento) c’è la professione dello sviluppatore di software. La maturity di uno sviluppatore software è sostanzialmente rappresentabile in una scala salariale che mira a retribuire essenzialmente la complessità dei progetti che il lavoratore è in grado di affrontare.

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Fog in channel?

giugno 7th, 2015 § 1 comment § permalink

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Haiku della sconfitta

giugno 1st, 2015 § 0 comments § permalink

Leggo Paolo Giaretta che esprime una telegrafica analisi della sconfitta veneta di mezza pagina. Provo a replicare con una contro-analisi ancora più telegrafica, ma meno politically correct.

Problemi strutturali, bla bla bla, fregnacce STOP. Usare rasoio: selezionata antitesi di Renzi, candidata antipatica e pedante, contro sfida che non poteva vincere. STOP.

tNotice, la raccomandata che preoccupa

luglio 2nd, 2014 § 8 comments § permalink

Recentemente ha ricevuto un certo risalto mediatico la startup tNotice, che promette di sostituire alla raccomandata cartacea un servizio elettronico alternativo alla famigerata PEC. Il resoconto giornalistico è più o meno su questo tenore:

Immaginate tNotice come uno sportello web. Il mittente, senza spostarsi da casa o dall’ufficio, si registra, inserisce i suoi dati, paga con carta di credito o prepagata e scrive il testo della raccomandata. Può aggiungere file di documenti o immagini e poi clicca invio. Al prezzo di poco più di un euro (1,23 più iva) la raccomandata digitale arriva in tempo reale sulla mail del destinatario che, come alla posta tradizionale, ha 30 giorni di tempo per la giacenza sulla sua mail, per registrarsi e per firmare la ricevuta di ricevimento con nome utente e password (che dalla normativa europea sono recepite come firma digitale).

A leggere questa sommaria descrizione, chiunque abbia un’infarinatura di concetti giuridici sarà rimasto perplesso: come fa il mittente a provare di aver effettivamente consegnato la propria missiva ad una casella di posta qualificata come domicilio del destinatario? Nemmeno le pagine “Come funziona” e “Per approfondire” del loro sito danno una risposta esaustiva a questa domanda.
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Democrazia, capitolo uno

giugno 15th, 2014 § 0 comments § permalink

Uno dei concetti base della democrazia consiste nell’equità di valore dei voti rispetto alla rappresentanza, ovvero: ciascuna circoscrizione elegge un numero di rappresentanti proporzionale al numero di elettori e ciascun eletto ha la medesima capacità di voto nell’assemblea dell’istituzione a cui prende parte. La rottura di questo criterio potrebbe determinare che alcuni cittadini abbiano più potere di altri nel determinare l’esito delle decisioni politiche.

Immaginiamo per assurdo che ciascuna regione italiana elegga lo stesso numero di parlamentari: è evidente che i cittadini della Valle d’Aosta sarebbero molto più rappresentati di quelli della Lombardia. Uno dei problemi della riforma del Senato avanzata dal Governo è proprio questo: la Valle d’Aosta e la Lombardia porterebbero al Senato il medesimo numero di senatori, con un’evidente sproporzione di rappresentatività.

Data questa premessa, qualcuno potrebbe pensare che sia lecito schierarsi a favore dell’ostruzionismo di Corradino Mineo, ma tale punto di vista non terrebbe conto dello stesso criterio che cerca di difendere. Le commissioni, infatti, sono nominate dai gruppi parlamentari e non con altri criteri, quali il voto popolare o il sorteggio, per un motivo specifico: all’interno delle commissioni si rompe il criterio di proporzionalità tra voti e rappresentanza: in ciascuna singola commissione non sono rappresentati in modo equanime i voti delle singole circoscrizioni. Per esempio può accadere che non ci siano eletti della circoscrizione Valle d’Aosta nella commissione del Senato sugli Affari Costituzionali. Dato che la Valle d’Aosta elegge un solo rappresentante, sarebbe ben difficile che egli partecipasse a tutte le commissioni.

Il cittadino della Valle d’Aosta potrebbe legittimamente sostenere «In commissione Affari Costituzionali non c’è nessuno che mi rappresenti, nessuno che ho votato o avrei potuto votare o eletto grazie al mio voto». Perciò, all’interno di una commissione, il valore dei voti degli elettori non è rispettato. Non lo è perché lo scopo di una commissione è di “preparare” il lavoro di coloro che dovranno effettivamente prendere delle decisioni in aula, dove invece il rapporto di valore è rispettato.

Quindi in commissione si preferisce adottare un sistema diverso, che è quello della rappresentanza dei gruppi parlamentari. Se un parlamentare smette di rappresentare il proprio gruppo e impedisce l’approdo in aula di un testo di legge desiderato dal proprio gruppo parlamentare, produce, attraverso la propria insubordinazione, la rottura del principio di rappresentatività di cui abbiamo parlato all’inizio perché, di fatto, i parlamentari della Valle d’Aosta non avranno l’effettiva possibilità di esprimere i propri voti e i propri emendamenti sull’argomento, anche se avevano richiesto, attraverso il proprio gruppo parlamentare, di poter discutere tale disegno di legge in aula.

Perciò, date retta, l’articolo 67 della Costituzione non c’azzecca nulla con la possibilità di rimuovere un senatore rinnegato da una commissione e tenete presente che nemmeno i senatori che decidono la sua rimozione rispondono necessariamente al mandato degli elettori. Le commissioni sono un organo propedeutico, ma non rispondono a criteri di rappresentatività tipici della democrazia, come non ne rispondono tutti gli altri organi subordinati delle Camere (collegio dei questori, ufficio di presidenza, etc). Di conseguenza una sostituzione decisa dai gruppi parlamentari secondo le regole non può definirsi un esercizio antidemocratico del potere, anzi, è vero l’esatto contrario: se venisse a mancare il criterio fiduciario tra mandanti ed emissari di un gruppo parlamentare, verrebbe minato il criterio di rappresentatività degli eletti.

L’economia degli inutili

maggio 11th, 2014 § 0 comments § permalink

Di recente ho letto la seguente affermazione, riformulata per maggiore chiarezza:

Quello che conta [nell’economia] è la domanda, se aumentare l’efficienza della Pubblica Amministrazione riduce l’occupazione, si abbasseranno i consumi e di conseguenza la situazione economica peggiorerà.
I forestali assunti in modo dissennato in meridione sono comunque dei consumatori che alimentano il sistema, quindi la spesa pubblica si trasferisce in consumi privati producendo un effetto positivo.

Siccome questo ragionamento è fallace ed è ripetuto piuttosto di sovente da più parti, ritengo utile fare un po’ di chiarezza.

Per capire la fallacia di un qualsiasi ragionamento, il modo più semplice è spesso portarlo all’estremo: se lo Stato assumesse tutti i cittadini italiani a tempo pieno e nessuno di questi producesse un valore tangibile, lo Stato avrebbe solo tre possibilità per pagare loro lo stipendio: vendersi i gioielli di famiglia (ma si tratta ovviamente di misure una tantum che non possono essere strutturali), aumentare l’indebitamento (quindi essenzialmente impoverire le generazioni future) o tassarli al 100%, togliendo loro con una mano quello che dà con l’altra. » Continua la lettura «