Haiku della sconfitta

giugno 1st, 2015 § 0 comments § permalink

Leggo Paolo Giaretta che esprime una telegrafica analisi della sconfitta veneta di mezza pagina. Provo a replicare con una contro-analisi ancora più telegrafica, ma meno politically correct.

Problemi strutturali, bla bla bla, fregnacce STOP. Usare rasoio: selezionata antitesi di Renzi, candidata antipatica e pedante, contro sfida che non poteva vincere. STOP.

tNotice, la raccomandata che preoccupa

luglio 2nd, 2014 § 10 comments § permalink

Recentemente ha ricevuto un certo risalto mediatico la startup tNotice, che promette di sostituire alla raccomandata cartacea un servizio elettronico alternativo alla famigerata PEC. Il resoconto giornalistico è più o meno su questo tenore:

Immaginate tNotice come uno sportello web. Il mittente, senza spostarsi da casa o dall’ufficio, si registra, inserisce i suoi dati, paga con carta di credito o prepagata e scrive il testo della raccomandata. Può aggiungere file di documenti o immagini e poi clicca invio. Al prezzo di poco più di un euro (1,23 più iva) la raccomandata digitale arriva in tempo reale sulla mail del destinatario che, come alla posta tradizionale, ha 30 giorni di tempo per la giacenza sulla sua mail, per registrarsi e per firmare la ricevuta di ricevimento con nome utente e password (che dalla normativa europea sono recepite come firma digitale).

A leggere questa sommaria descrizione, chiunque abbia un’infarinatura di concetti giuridici sarà rimasto perplesso: come fa il mittente a provare di aver effettivamente consegnato la propria missiva ad una casella di posta qualificata come domicilio del destinatario? Nemmeno le pagine “Come funziona” e “Per approfondire” del loro sito danno una risposta esaustiva a questa domanda.
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Democrazia, capitolo uno

giugno 15th, 2014 § 0 comments § permalink

Uno dei concetti base della democrazia consiste nell’equità di valore dei voti rispetto alla rappresentanza, ovvero: ciascuna circoscrizione elegge un numero di rappresentanti proporzionale al numero di elettori e ciascun eletto ha la medesima capacità di voto nell’assemblea dell’istituzione a cui prende parte. La rottura di questo criterio potrebbe determinare che alcuni cittadini abbiano più potere di altri nel determinare l’esito delle decisioni politiche.

Immaginiamo per assurdo che ciascuna regione italiana elegga lo stesso numero di parlamentari: è evidente che i cittadini della Valle d’Aosta sarebbero molto più rappresentati di quelli della Lombardia. Uno dei problemi della riforma del Senato avanzata dal Governo è proprio questo: la Valle d’Aosta e la Lombardia porterebbero al Senato il medesimo numero di senatori, con un’evidente sproporzione di rappresentatività.

Data questa premessa, qualcuno potrebbe pensare che sia lecito schierarsi a favore dell’ostruzionismo di Corradino Mineo, ma tale punto di vista non terrebbe conto dello stesso criterio che cerca di difendere. Le commissioni, infatti, sono nominate dai gruppi parlamentari e non con altri criteri, quali il voto popolare o il sorteggio, per un motivo specifico: all’interno delle commissioni si rompe il criterio di proporzionalità tra voti e rappresentanza: in ciascuna singola commissione non sono rappresentati in modo equanime i voti delle singole circoscrizioni. Per esempio può accadere che non ci siano eletti della circoscrizione Valle d’Aosta nella commissione del Senato sugli Affari Costituzionali. Dato che la Valle d’Aosta elegge un solo rappresentante, sarebbe ben difficile che egli partecipasse a tutte le commissioni.

Il cittadino della Valle d’Aosta potrebbe legittimamente sostenere «In commissione Affari Costituzionali non c’è nessuno che mi rappresenti, nessuno che ho votato o avrei potuto votare o eletto grazie al mio voto». Perciò, all’interno di una commissione, il valore dei voti degli elettori non è rispettato. Non lo è perché lo scopo di una commissione è di “preparare” il lavoro di coloro che dovranno effettivamente prendere delle decisioni in aula, dove invece il rapporto di valore è rispettato.

Quindi in commissione si preferisce adottare un sistema diverso, che è quello della rappresentanza dei gruppi parlamentari. Se un parlamentare smette di rappresentare il proprio gruppo e impedisce l’approdo in aula di un testo di legge desiderato dal proprio gruppo parlamentare, produce, attraverso la propria insubordinazione, la rottura del principio di rappresentatività di cui abbiamo parlato all’inizio perché, di fatto, i parlamentari della Valle d’Aosta non avranno l’effettiva possibilità di esprimere i propri voti e i propri emendamenti sull’argomento, anche se avevano richiesto, attraverso il proprio gruppo parlamentare, di poter discutere tale disegno di legge in aula.

Perciò, date retta, l’articolo 67 della Costituzione non c’azzecca nulla con la possibilità di rimuovere un senatore rinnegato da una commissione e tenete presente che nemmeno i senatori che decidono la sua rimozione rispondono necessariamente al mandato degli elettori. Le commissioni sono un organo propedeutico, ma non rispondono a criteri di rappresentatività tipici della democrazia, come non ne rispondono tutti gli altri organi subordinati delle Camere (collegio dei questori, ufficio di presidenza, etc). Di conseguenza una sostituzione decisa dai gruppi parlamentari secondo le regole non può definirsi un esercizio antidemocratico del potere, anzi, è vero l’esatto contrario: se venisse a mancare il criterio fiduciario tra mandanti ed emissari di un gruppo parlamentare, verrebbe minato il criterio di rappresentatività degli eletti.

L’economia degli inutili

maggio 11th, 2014 § 0 comments § permalink

Di recente ho letto la seguente affermazione, riformulata per maggiore chiarezza:

Quello che conta [nell’economia] è la domanda, se aumentare l’efficienza della Pubblica Amministrazione riduce l’occupazione, si abbasseranno i consumi e di conseguenza la situazione economica peggiorerà.
I forestali assunti in modo dissennato in meridione sono comunque dei consumatori che alimentano il sistema, quindi la spesa pubblica si trasferisce in consumi privati producendo un effetto positivo.

Siccome questo ragionamento è fallace ed è ripetuto piuttosto di sovente da più parti, ritengo utile fare un po’ di chiarezza.

Per capire la fallacia di un qualsiasi ragionamento, il modo più semplice è spesso portarlo all’estremo: se lo Stato assumesse tutti i cittadini italiani a tempo pieno e nessuno di questi producesse un valore tangibile, lo Stato avrebbe solo tre possibilità per pagare loro lo stipendio: vendersi i gioielli di famiglia (ma si tratta ovviamente di misure una tantum che non possono essere strutturali), aumentare l’indebitamento (quindi essenzialmente impoverire le generazioni future) o tassarli al 100%, togliendo loro con una mano quello che dà con l’altra. » Continua la lettura «

Un rimedio omeopatico contro la follia

gennaio 5th, 2014 § 3 comments § permalink

La settimana scorsa mi trovavo a Parigi in compagnia di una tosse fastidiosa, così ho deciso recarmi in farmacia per procurarmi un sedativo per la tosse. Era quasi ora di cena, la farmacista è stata molto gentile, sembrava più una mamma premurosa che una farmacista. Mi ha chiesto se si trattasse di tosse secca o grassa, così ho pensato di chiedere un medicinale che combinasse un sedativo e un fluidificante. Senza indugio ha preso la scatola di uno sciroppo dallo scaffale e mi ha detto di prenderne un misurino tre volte al giorno. Esco dalla farmacia con lo sciroppo in un sacchetto e lo porto a casa. Per evitare di passare la cena a tossire, ho iniziato subito la terapia: svito il tappo e tracanno un misurino.

Dopo cena apro il sacchetto e mentre sto estraendo il flacone dalla scatola, mi cade l’occhio sulla marca: Boiron. Lì per lì ho pensato anvedi, in Francia questi di Boiron non fanno solo medicinali omeopa…OH WAIT! Giro la scatola e leggo “Médicament homéopathique traditionnellement utilisé dans le traitement de la toux”. Ma porca miseria! Non sono madrelingua francese, ma sono sicuro che in nessun momento della conversazione con la farmacista sia emerso il dettaglio che non si trattasse di un vero medicinale. Secondo la lista della composizione, il prodotto contiene essenzialmente zucchero, una sequenza di composti in quantità infinitesimali, uno sciroppo ricavato da radici usato dagli indiani d’America come espettorante, in quanto irrita la mucosa, e uno sciroppo che aggiunge il classico sapore di sciroppo della tosse. Ormai era troppo tardi per tornare alla farmacia, così mio malgrado mi sono coricato.

stodalIl problema dei placebo è che devi essere convinto che non si tratti di placebo, affinché si concretizzi l’effetto omonimo. Ecco, vi giuro, ho tentato in tutti i modi di convincermi che quella soluzione di acqua e zucchero mi avrebbe fatto dormire sonni tranquilli, ma purtroppo mi sono dovuto accontentare di un dormiveglia tra colpi di tosse e brevi lassi d’incoscienza in cui sono tuttavia riuscito a sognare lo stupro della farmacista infingarda ad opera di una gang delle banlieue.

Il mattino seguente sono tornato alla farmacia, mi ha servito un farmacista e dopo che gli ho spiegato la situazione, mi ha chiesto se desideravo un medicinale plus fort. «Come più forte? Voglio un medicinale. Punto.» Era una situazione da facepalm a due mani. In Francia vendono amabilmente questi intrugli al posto di un medicinale e al fine di ottenere l’effetto desiderato, l’effetto placebo, si guardano bene dal precisare che non si tratta di un prodotto dotato di efficacia terapeutica verificata scientificamente. Così se la malattia regredisce spontaneamente, le case produttrici di tali sciroppi acquisiscono nuovi adepti, altrimenti la farmacia può sempre vendere il medicinale vero, quello plus fort, contando sulla mancanza di informazione del consumatore.

A voi è mai capitata una storia simile in Italia? Se vi è stato offerto un prodotto omeopatico al posto di un medicinale, il farmacista ha spiegato correttamente che non si tratta di un medicinale?

Apologia del trauma

novembre 10th, 2013 § 0 comments § permalink

In tenera età, gli esseri umani ricevono un imprinting che li condizionerà per il resto della loro vita. Le piccole esperienze di vita insegnano loro cosa c’è che non va nel mondo ed essi passeranno il resto della loro vita a tentare di aggiustarlo. L’impegno che gli uomini eccellenti hanno dimostrato per far prevalere il proprio coraggio e il proprio talento deriva da un imperativo morale che si costruisce fin da bambini.

Il problema della pedagogia moderna è che ha completamente distorto il senso dell’educazione. L’essere umano non è a priori un modello vitruviano di cui conservare intatte le caratteristiche di perfezione. L’essere umano nasce vuoto e inizia a riempire le proprie attitudini sulla base di ciò che riconosce come necessità. Senza necessità, senza mancanza, non esiste miglioramento, non esiste perfezione.

Al contrario, nel mondo di oggi, tutto il ruolo dei genitori e degli educatori è incentrato sul concetto che il bambino deve essere conservato intonso, che bisogna fare di tutto affinché non si provochi un trauma. Il bambino deve far scorrere la propria gioventù senza che ne rimanga traccia, senza che vi sia episodio spiacevole da ricordare. Avrà tempo da grande, dicono, per scegliere la propria strada.

Il risultato, penso, è sotto gli occhi di tutti. Educatori che non vogliono assumersi la responsabilità di determinare il futuro della prossima generazione hanno determinato la nascita della cosiddetta me generation, una generazione che a trent’anni suonati non ha costruito alcun talento e non sa ancora bene cosa vuole fare della propria vita.

Il dialogo coi propri figli è importante, ma non è sostitutivo dell’imprinting. L’imprinting avviene ad un’età in cui le parole sono ancora superflue. Se non riempite la testa dei vostri figli con una necessità, il vuoto sarà comunque riempito dalla segatura.

Caino era vegetariano

settembre 2nd, 2013 § 5 comments § permalink

Aubrey McFato ha pubblicato un post pro-veg che contiene un utile spunto di riflessione:

Quando dici alla gente che sei vegetariano, la gente si mette sulla difensiva.
E’ incredibile lo spettro delle reazioni: dall’ironico all’aggressivo, nessun onnivoro rimane neutro.

L’autore lascia intendere che gli onnivori si sentano in qualche modo minacciati dall’idea stessa del vegetarianesimo. Niente è più lontano dalla realtà.

Gli onnivori sono irritati dalla cultura vegetariana perché ci sono vegetariani, probabilmente la maggior parte una parte minoritaria ma rumorosa, che fanno proselitismo e lo fanno nel modo più odioso: sostenendo la superiorità etica della scelta veg (e il post di Aubrey McFato non è da meno). Quei vegetariani non amano il cibo veg come si potrebbe amare la cucina messicana o il kebab; sono vegetariani (e ancor di più i vegani) che amano l’idea di sentirsi migliori, evolutivamente migliori.

E non c’è niente di peggio.

Nessuno odia i vegetariani in quanto tali, ma la maggior parte delle persone sane di mente è infastidita dagli invasati alla Penelope Longstreet che pretendono di far loro la morale su cosa mettono nel piatto, mischiando greenwash e vaneggiamenti su sostenibilità e biodiversità.

Mangiate pure verdure, beveroni, sassi, quello che vi pare, ma per favore se trattate il resto del mondo da idioti crudeli, non vi lamentate se ciò implica un impatto negativo sulla vostra socialità.

Il carattere

agosto 14th, 2013 § 0 comments § permalink

«Be brave! Let’s remember our duty and perform it without complaint. There will be a way out. God has never deserted our people. Through the ages Jews have had to suffer, but through the ages they’ve gone on living, and the centuries of suffering have only made them stronger. The weak shall fall and the strong shall survive and not be defeated!»

— Anna Frank – The diary of a young girl

«Our glorious idea is ruined and with it everything beautiful and marvelous that I have known in my life. The world that comes after the Führer and national socialism is not any longer worth living in and therefore I took the children with me, for they are too good for the life that would follow, and a merciful God will understand me when I will give them the salvation.»

— Magda Goebbels – Farewell letter to her son

Economia dello stupro

luglio 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Dopo l’articolo di Marco Cubeddu sulle ragazzine coi mini-shorts, non si è fatto attendere il comunicato stampa delle femministe che stigmatizzano l’uso del logoro luogo comune:

«Se si vestono in modo succinto, non si lamentino se poi le stuprano»

Manco a dirlo, citano il femminicidio e l’idea che diffondere questo genere di commenti possa favorire le molestie da parte di qualche squilibrato. In realtà, gli omicidi di donne non c’entrano proprio nulla, ma ormai vengono utilizzati a mo’ di jolly quando non ci sono argomenti validi, un po’ come quando gli israeliani citano l’olocausto nelle motivazioni per cui non rispettano le risoluzioni ONU.

Il luogo comune nasce come estensione del principio di precauzione:

«Se girano per i quartieri spagnoli con anelli e bracciali d’oro, non si lamentino se li derubano»

Il punto è che il numero di stupri non cresce di pari passo con gli standard della moda, quindi se esistesse una correlazione tra sconcezza nel vestire ed incentivo alla molestia, esso sussisterebbe se i soggetti che si vestono in modo provocante fossero una minoranza ridotta della popolazione femminile. In un ambiente in cui mostrare scampoli di nudità è la norma, è evidente che non esiste alcun incentivo statisticamente rilevante.
Perciò se le femministe fossero realmente preoccupate che questi luoghi comuni possano influenzare la comunità, dovrebbero incentivare la moda delle zoccole, anziché portare avanti battaglie pudiche. Può sembrare controintuitivo, ma è lo stesso ragionamento che spinge gli economisti a sostenere che una promiscuità sessuale generalizzata ridurrebbe il rischio di contagio.

Vorrei, vorrei…

giugno 17th, 2013 § 0 comments § permalink

Vorrei essere pagato per:

  1. Fare il bucato: alle persone piace che quando li beneficio della mia presenza io indossi vestiti puliti e profumati, quindi potrebbero pagarmi un contributo per il disturbo e le risorse utilizzate (detersivi, corrente elettrica, ammorbidente, anticalcare, etc).
  2. Buttare la spazzatura: mi privo volontariamente di materie semilavorate che diventano un valore per le aziende di riciclaggio, sarebbe bello essere ricompensati adeguatamente.
  3. Starmene a casa: come riporta Paul Krugman, ciascun veicolo che va o torna dal lavoro in ora di punta genera un costo per la collettività pari a decine se non centinaia di Euro, perciò il minimo che possa fare lo Stato è remunerare il mio stazionamento sul divano con un bonifico sul mio conto corrente.
  4. Avere delle buone idee: Facebook? Io c’avevo già pensato negli anni ’90. Se qualcuno mi avesse pagato per avere delle buone idee, a quest’ora sarebbe ricco.
  5. Fumare: non sono un fumatore, ma a giudicare dalle statistiche sull’incidenza di malattie mortali connesse al fumo, il fumo è una pacchia per le casse dell’INPS: il picco delle morti coincide circa con l’età della pensione, il decorso è tutto sommato rapido e si risparmiano un sacco di soldi di terapie geriatriche. Se poi ci mettete che fumerei mentre sto a casa sul divano (vedi punto precedente), ci sta pure la sedentarietà che si aggiunge come bonus. In definitiva, se lo Stato risparmia dalla mia dipartita prematura, una qualche forma di revenue-sharing sarebbe il minimo.
  6. Guardare la TV: le emittenti guadagnano paccate di milioni di introiti pubblicitari che non esisterebbero se non ci fossimo noi telespettatori: è arrivato il momento di corrispondere parte degli utili a quelli che hanno dimostrato un vero impegno a lungo termine nel settore.
  7. Comprare gratta-e-vinci: il meccanismo dei giochi a premi è veramente iniquo: accettare un rischio a fronte di una probabilità bassissima di vincita, mentre il gestore dei giochi ha un guadagno assicurato è una vera porcata, come minimo se non vinco dovrebbero restituirmi i soldi del biglietto. O almeno darmi un Boero.

Vorrei. Vorrei tanto. Vi giuro, non immaginate quanto lo vorrei. Ma purtroppo l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re e nel mercato libero il valore dipende da domanda e offerta, perciò fatevene una ragione: se nessuno offre niente  per quello che sapete fare e non volete fare la fine dei poveracci che guardano la TV tutto il giorno sul divano e spendono i soldi della social card in gratta-e-vinci sperando di cambiare vita, è meglio che cambiate lavoro.