INVALSI: confessioni di una professoressa

maggio 4th, 2013 § 17 comments

Il primo maggio scorso è stata mia commensale una professoressa di materie umanistiche, persona che considero integerrima. Durante la conversazione post-prandiale ho avuto occasione di esprimere le mie perplessità circa la levata di scudi delle sue colleghe contro le prove INVALSI: a mio avviso in quelle dichiarazioni di guerra all’INVALSI c’è un atteggiamento molto auto-indulgente e una visione della scuola antitetica al sistema competitivo che regola (o dovrebbe regolare) il mondo del lavoro.
Vi riporto per sommi capi la sua risposta:

  1. Nelle prove INVALSI tenute l’anno precedente durante gli esami di terza media, il tempo necessario per la correzione è stato di circa 3 ore e mezza. In pratica la cosa si è risolta in un pomeriggio.
  2. Rispetto ad una prova d’esame classica, la prova INVALSI prevede una procedura a salvaguardia della correttezza dei risultati che implica alcuni tempi di attesa.
  3. Da una consultazione tra colleghi del medesimo istituto è emerso che gli esiti delle prove INVALSI sono risultati i più aderenti all’effettivo grado di preparazione degli studenti, a differenza delle altre prove d’esame nelle quali alcuni studenti sono stati aiutati in quanto si era deciso in sede di scrutinio che andassero aiutati.
  4. La principale criticità riguarda gli studenti stranieri, tuttavia non si tratta di un limite specifico di INVALSI, bensì di un problema generale di come viene (non) trattata l’integrazione di studenti che hanno iniziato il corso di studi in un’altra nazione.

Considerazione del sottoscritto: alla luce di queste informazioni, sembra ancora più capziosa la polemica circa i costi sostenuti per l’instaurazione di un sistema esterno di valutazione e la critica principale nel merito della metodologia di valutazione appare come un’insofferenza verso sistemi che fotografano la situazione reale senza aggiustamenti.

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§ 17 Responses to INVALSI: confessioni di una professoressa"

  • Galatea Vaglio scrive:

    Ne’ certo, una professoressa di materie umanistiche che parla a tavola è un campione sufficientemente rappresentativo per scrivere un post su un argomento così complesso.

    • “campione sufficientemente rappresentativo”, già, proprio il genere di risultato che cerca di ottenere INVALSI, il genere di risultato che molti insegnanti stanno sabotando.

      • renata scrive:

        L’«effettivo grado di preparazione degli studenti» emerge da che cosa se non dalla valutazione dei docenti stessi?

        • Il problema principale non è che i docenti abbiano perso la capacità di valutare oggettivamente il grado di competenza dei propri alunni, ma che per tutta una serie di ragioni, negli scrutini e negli esami, spesso prevalgano altri criteri; criteri che hanno più a che vedere con l’indulgenza per le situazioni di disagio, vere o presunte, col premiare l’impegno più dei risultati, col timore di ricorsi dei genitori, con l’istinto di auto-conservazione tipico di tutte le situazioni in cui il controllato è anche controllore. Il problema di questo lassismo è che in ultima analisi lo paghiamo tutti.

          • renata scrive:

            Con le prove Invalsi che cosa si prevede accadrà? Un aumento di bocciature? Improbabili considerato che tutto (dirigenti e normativa) spinge al contrario. E improbabili considerati i continui tagli di spesa. Un abbassamento di voti? Che cosa si auspica che già non potrebbe essere fatto ridando fiducia agli insegnanti e valore al loro ruolo?

            Ricordiamo che abbiamo avuto un ministro che ha chiamato fannulloni gli insegnanti. Proprio un esame dei dati internazionali Ocse-Pisa chiama “test della verità” la considerazione sociale dell’insegnante.
            Dalla traduzione italiana:
            “Ma il test della verità è:
            come si pesano le priorità
            rispetto ad altre? Nei vari paesi, come vengono pagati gli insegnanti
            rispetto ad altri lavoratori altamente qualificati? Vorreste che vostro figlio diventasse un insegnante piuttosto che un avvocato? I media, come parlano della scuola e degli insegnanti? Queste sono le domande critiche, e quello che abbiamo imparato dal PISA è che i sistemi educativi ad alte prestazioni,
            i leader hanno convinto i loro cittadini a fare scelte che valorizzano l’istruzione, il loro futuro…”

            http://www.ted.com/talks/andreas_schleicher_use_data_to_build_better_schools.html

          • renata scrive:

            p. s. – E naturalmente chi controllerà il controllore Invalsi?

          • Lei confonde misurazione e policy-making: lo scopo della misurazione non è indurre una conseguenza, “aumentare le bocciature” o “abbassare i voti”, ma certificare lo stato delle cose senza l’adulterazione dei voti “gonfiati”. Sta poi ai decisori trarre delle conclusioni e decidere come migliorare i risultati. Opporsi alla misurazione in quanto foriera di possibili conseguenze negative è una forma di luddismo.
            Tra l’altro, non le sembra che questo metodo di lavoro, che consiste nel raccogliere dei dati significativi sulle condizioni dell’apprendimento e poi usarle come base per prendere delle decisioni, sia alla base delle forme di governo moderne a cui aspirano i paesi avanzati? Lei cita un dirigente di OECD, ma non considera che il ruolo di OECD, ISTAT, EuroSTAT, INVALSI e così via è proprio questo: fornire delle metriche che possano fungere da supporto ai processi decisionali.

            Riguardo alla questione del ruolo degli insegnanti, a mio avviso la loro considerazione sociale è andata calando negli ultimi trent’anni molto più del loro potere d’acquisto e il suo ragionamento su “quale mestiere desidera per suo figlio” potrebbe avere un senso solo in un mondo in cui i laureati in ingegneria fossero un multiplo dei laureati in lettere. Uno dei principali motori della considerazione sociale è l’autorevolezza ed è quello il campo in cui i docenti hanno perso più terreno. È difficile far coesistere un sistema in cui un diploma o una laurea non si negano a nessuno ed un sistema in cui l’opinione di un docente sia tenuta in alta considerazione.

            Lei si lamenta del fatto che agli insegnanti è stato dato dei fannulloni, ma contemporaneamente si oppone ad un sistema che consenta ai medesimi insegnanti di dimostrare di non esserlo.

            Per sostenere la sua tesi cita il direttore di PISA, che guarda caso è una delle iniziative internazionali di monitoraggio delle competenze degli studenti in specifiche aree dell’apprendimento, che lavora sottoponendo agli studenti dei test standardizzati e il cui referente italiano è proprio INVALSI. Non le sembra un paradosso?

            P.S.: Ah, a proposito, quis custodiet PISA?

          • renata scrive:

            Nessuno si oppone alla rilevazione di dati statistici e di dati significativi (vedi Ocse Pisa Timms Iea). Con lo “stato delle cose” si guarda inoltre un test (stesso test di matematica in tutte le scuole superiori, a esempio) e la valutazione di uno studente è più complessa. Ben diverso da una rilevazione statistica è gettare una luce parziale e invasiva come quella di un test a tappeto. Lei teme i voti gonfiati? Che cosa ha portato gli insegnanti a gonfiarli, tanto da rendersi necessario un macchinoso sistema di controllo tendenzialmente capillare? Nella scuola primaria, nella quale insegno, l’invalsi è presente da dieci anni, e ne ho visti gli effetti deleteri. Il teaching to test è solo uno di questi. I risultati (la scuola primaria era ai primi posti nel mondo) sembrano in netta discesa. Si vede che le “riforme” sono più risultate più “vantaggiose” delle prove invalsi. Ci sono stati “moderni” come la Finlandia, il cui sistema scolastico è invidiabile, in cui i test standardizzati sono banditi dalle scuole. Noi andiamo incontro al sistema anglossassone, mi basta leggere i giornali inglesi e le opinioni degli insegnanti inglesi per rabbrividire. Saluti.

          • Francamente, penso sia un errore ritenere che esista un’unica ricetta valida per tutte le situazioni. In Finlandia possono permettersi di non stringere il morso agli insegnanti perché hanno praticato un buon livello di selezione all’ingresso della professione (http://www.tepe2012.uni.lodz.pl/uploads/ThemenIV/Niemi,%20Hannele%20&%20Jari,%20Lavonen.pdf). Purtroppo la situazione italiana è radicalmente diversa: le prestazioni del sistema istruzione sono in calo perché ormai le persone che sono uscite dal sistema scolastico senza un’istruzione adeguata stanno rientrando nel sistema come insegnanti.
            In una situazione come questa, auspicare che il problema si possa risolvere solo con la carota mi pare francamente ingenuo: è come pensare di curare una malattia grave con i metodi della prevenzione. Qui siamo sul tavolo operatorio di un reparto d’urgenza e le condizioni del paziente sono critiche. Salire sulle barricate per contrastare l’effetto “teaching to test” di una prova che si effettua 3 volte nella vita di uno studente è come preoccuparsi dell’acne di un paziente in cancrena.

          • renata scrive:

            Cinque lustri fa la Finlandia aveva prestazioni basse nei test internazionali, la scelta non è stata di… stringere il morso ma di dare fiducia. Ah, lei pensa che stringendo il morso a persone “senza istruzione adeguata” si ottenga qualcosa? “Le persone che sono uscite dal sistema scolastico senza un’istruzione adeguata stanno rientrando nel sistema come insegnanti” Qual è la sua fonte? L’età media degli insegnanti (anche precari) si aggira attorno ai 50 anni.

            Per la vita di uno studente le tre (e più) volte dice che sono irrilevanti? L’esame di Stato che si effettua una volta sola è allora del tutto senza significato. Concordo infine con lei e mi accingo a ritenere irrilevanti queste prove.

          • Mi perdoni, ma come può avere significato un esame le cui statistiche di successo superano il 99%? (ricordiamolo, un esame che passano anche quelli che all’Università fanno fatica a superare l’abilitazione di italiano).

            Continua a prendere a paragone la Finlandia, un paese che ha una fedeltà fiscale praticamente assoluta nonostante il regime di tassazione sia più elevato del nostro. Che dice, aboliamo la dichiarazione dei redditi e ci fidiamo?
            Ci fidiamo di quegli stessi insegnanti che di fronte ad un’iniziativa governativa agitano la cartaccia del boicottaggio?

            Devo ripetermi: i test INVALSI sono una misurazione: se i suoi studenti hanno studiato proficuamente, non ha nulla di cui preoccuparsi: quei test sono irrilevanti per lei, ma sono rilevanti per i decisori. Permettono di raccogliere dati che aiutino a prendere delle decisioni e a confrontare risultati futuri con quelli attuali, al fine di valutare le decisioni prese.

            Io non sono un decisore in ambito scolastico, ma auspico per il bene della nazione che i decisori rendano la scuola un luogo più competitivo e soprattutto un luogo meno ipocrita e buonista, in cui le difficoltà degli studenti siano evidenziate e corrette al momento opportuno e non trascinate nei cicli di studio successivi.

          • renata scrive:

            Comincio dal fondo, i cicli di studio “successivi” alla scuola elementare (ai primi posti del mondo) trascinavano la scuola italiana in basso nei test internazionali, come potrà facilmente appurare. Riprendevo il discorso Finlandia perché Lei faceva una osservazione al proposito, e mi permettevo di dirLe che quanto Lei sosteneva non nasceva da una predisposizione divina della Finlandia, ma da scelte politiche precise che puntavano sugli insegnanti, e dunque la “fiducia” non era da intendersi come una pacca sulla spalla e chi s’è visto s’è visto. La selezione degli insegnanti è uno degli aspetti.

            Se poi per Lei la buona soluzione “controllistica” è quella del sistema fiscale, beh, che dirLe siamo tutti messi bene, forse davvero si farebbe cosa buona se si affiancasse ai controlli una riconsiderazione culturale attraverso campagne di stampa capillari continue e insistenti che mostrassero, a esempio, l’evasore fiscale, lo stimato professionista che non fa la fattura, per quello che è “uno che ruba alla comunità”.

            Le ripeto ancora nessuno si oppone alla “raccolta dei dati statistica”, ci mancherebbe. Le sto facendo notare che nella scuola primaria in cui da dieci anni si effettuano queste prove i risultati si sono abbassati, mentre negli anni precedenti la scuola primaria – ai primi posti nel mondo – erano in crescita.

            Sul significato dell’esame di stato sempre rispondevo a Lei e al suo negare l’importanza di questo o quell’intervento. Mi sembra ovvio poi che un esame “finale” di un “percorso” di studi – laurea o maturità – non dovrebbe servire ancora a selezionare ma ad attribuire un punteggio.

            «Ricerca la parola intrusa tra le seguenti: autista, camionista, cameriere, farmacista, musicista.»
            Uno degli item di quest’anno per i bambini di seconda elementare. Qualche volta sparare sui test è come sparare sulla croce rossa o a Lei non pare?

          • Alcune considerazioni:
            1) Attribuire il calo delle prestazioni della scuola primaria ai test INVALSI mi pare come prendersela col termometro perché misura la febbre.

            2) Se siamo d’accordo sulla necessità di selezione degli insegnanti (e dei dipendenti pubblici in generale) e se la selezione all’ingresso è stata finora francamente insufficiente, mi pare evidente che una qualche forma di selezione in itinere andrà adottata. In altri paesi in cui il mercato del lavoro è meno ingessato che in Italia, esistono sistemi di performance review dei lavoratori a tale scopo. Ci si lamenta da anni del “taglio degli insegnanti”, ma è chiaro che affinché si possa invertire questo meccanismo di contenimento della spesa, il rapporto costi/benefici, ossia il valore prodotto deve aumentare e per aumentare c’è bisogno di un incremento nella produttività degli insegnanti, che allo stato delle cose si può ottenere principalmente offrendo opportunità di riqualificazione e rimpiazzando gli elementi peggiori con elementi più qualificati.

            3) Sì, i professionisti che evadono il fisco rubano alla collettività in percentuali sostanzialmente equivalenti ai lavoratori dipendenti, quindi una bella campagna mediatica contro l’evasione fiscale non potrebbe non prendere in considerazione anche gli insegnanti che danno ripetizioni in nero, così per dire.

          • renata scrive:

            Ecco, pare che qualche docente trovi che si stia usando un termometro che ha qualche… falla, non solo, ma induce a un comportamento del… paziente poco conveniente per tutti. Lei non lo crede? Padronissimo. La saluto.

          • Congetture scrive:

            È interessante come in Italia, dove nessuna scuola è mai stata chiusa per colpa di INVALSI, si portino a testimonianza contro INVALSI le posizioni di chi incolpa la standardizzazione di tutte le imperfezioni del policymaking. Da quello che leggo Obama sta lavorando per migliorare i risultati del sistema scolastico e non mi pare che la riduzione dei test sia in agenda.

          • renata scrive:

            Certo, Obama non l’ha in agenda, e la signora Diane Ravitch in questione cerca di opporsi proprio a questo, e non è la sola. In Italia naturalmente ancora non stanno avvenendo chiusure di scuole, occorre attendere, siamo un poco indietro si sa rispetto agli Usa. Ma gli effetti nefasti di questi test io li vedo già e non riguardano certo soltanto la chiusura delle scuole, come forse l’articolo fa comprendere, ma naturalmente ognuno legge le cose secondo il proprio spirito. Ho solo il rammarico per la mia bella scuola elementare. Perché, vede, non ho preoccupazioni personali, le mie tre classi che hanno passato i test in questi anni sono abbondantemente sopra la media nazionale, perciò Lei non aveva motivo di preoccuparsi per me con la sua curiosa frase che non ritrovo più (“se i suoi studenti studiano non ha motivo di preoccuparsi”; come cambiano i tempi, vero? nessuno fino a pochi anni fa avrebbe tolto la responsabilità allo studente per il suo mancato studio attribuendola al docente). Anzi, dovrebbe essere la sua commensale a preoccuparsi in percentuale maggiore, considerato il crollo nei punteggi internazionali degli ordini di scuola dopo le elementari.

            Ci sono naturalmente molte altre cose che lei dice e che meriterebbero un contraddittorio tipo quella dell’evasione dei lavoratori dipendenti equivalente a quella dei professionisti, ma non importa.
            A dire il vero ora che rileggo mi sembrano cambiati i suoi commenti e davvero non mi raccapezzo più, mi attribuisce citazioni di un esperto tedesco a esempio.
            Ora dice che a scuola viene premiato l’impegno e non i risultati (e anche qui ci sarebbe da discutere all’infinito, che sarebbe una società di “disimpegnati”? l’impegno ha un suo valore e se ne deve tenere conto)

            Non avevo pure letto del Pisa e della sua custodia, beh, che ci sia dietro ai test se gesuiti o case editrici interessate potrà cercarlo in rete. Non vedo perché ci debba essere conflitto di interessi in chi “misura”, la prenda pure come battuta ma anche no.

            Un’altra cosa di cui si rammarica è l’alto numero di laureati e diplomati (ma non era basso in Italia?), sappia che nel sistema inglese, supercontrollato, si raggiunge il 100%. Dunque il dato è poco significativo per dire alcunché.

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